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venerdì 8 maggio 2015

MARCO VA IN RADIO. [8 MAGGIO]

Venerdì 8 maggio sarò su Radio WAU, la radio dell'università, dalle 17 alle 19 per presentare la mia piccola guida sull'America. 
O meglio: sul come un salentino vivrebbe l'esperienza di un viaggio negli USA. 

QUI il link per la diretta. 

QUI le quattro parti del mio racconto (cliccate sui nomi delle città):





Discuteremo su: 

- La differenza tra la nonna salentina e la cameriera americana; 
- La pronuncia dell'H inglese e quella salentina; 
- Il mito della grande città; 
- La visione di un nero in giacca e cravatta; 
- La visione di un cinese in giacca e cravatta; 
- La visione di uno straniero qualsiasi in giacca e cravatta; 
- Del perché non sono abbronzati anche se vengono da Los Angeles; 
- Parcheggi in doppia fila; 
- Il traffico; 
- Le auto; 
- Le partite di pallone americane; 
- Il tizio ultrà con i tatuaggi che butta la carta nel cestino; 
- Il caffè americano; 
- Le mance; 
- Gli omosessuali liberi di vestirsi come vogliono; 
- Dei barboni;
- Perché non ci sono rom?
- SCIE CHIMICHE!
- La pizza (brr); 
- Il cibo in generale;
- Il generale in generale 

E per ultimo, l'importantissima questione:  

- Ma gli americani ce li hanno i COCUMMARAZZI?  




marcodemitri®



martedì 5 maggio 2015

COME SONO SOPRAVVISUTO IN AMERICA SENZA CAFFÈ IN GHIACCIO E GUENDALINA. [PARTE III]

*
Ci sono diverse cose da conoscere su questo viaggio. 
Molte le leggerete, altre ve le scrivo qui:
Le foto sono state realizzate in tutto o in parte da un amico, un compagno di viaggio, che ringrazio. Il mio telefono ha sofferto di gravi ammaccature sul vetro della fotocamera e non ha retto il ritmo, l'emozione, l'enfasi. 

Questo è un reportage, come in molti avranno capito, ironico ma salentinamente vero. 
Ho solo trattato l'argomento immergendomi nei panni di un salentino medio.
Per conoscere le singole parti cliccate sui nomi delle città. 
Per chi non capisse le parole dialettali, invito a cercare su questo sito


Prima parte: New York  

Seconda parte: San Francisco 

Terza parte: San Francisco - Los Angeles 

Ultime ore del viaggio...

"Io crisciu nell'America. L'America fece la mia fortuna. E io crescivo come n'americanu salentino.
Culle fiction, culle vagnone bionde, mi imparai pure a dire "yo maestroh". 
'Nsomma eru lu megghiu delle case popolari de via calore. 
Le fimmene me secutavanu ma iou nu ne bulia solo una: le ulia tutte. 
Sai lu dettu, dellu jabbu nu ci mueri ma ci cappi? Eccu. Me misi cu na vagnona. Me 'nnamurai.
La stria de Caprarica era. Me la purtava sempre allu cinema per bidere li film de mazzate. 
Cuerpi su cuerpi. Bum bam pem. E iou me gasava. 
"Maristhella sta bidi ce su belli? Quanti cuerpi se dannu?? Pam pem!"
Poi nu giurnu la sentu chiangere. E chiangere. E chiangere.
"Maristhella? C'ha successu??"
"Nu vagnone m'ha dittu ca nu su abbronzata. Ca paru na seppia. Ca iddhu le inde, le seppie, allu mercatu de settelacquare."
Bellissima era, iddha, sittata sulla panca della nonna Elvira.
Menai bestemmie, porcu quai e porcu ddhai. Ma lu pigghiai lu strunzu. Ni desi le mazzate. 
Quasi lu cisi. 
Ennera li sbirri e me accusarunu.
"Danni fisici", dissera. 
L'onore della vagnona mia lu mantenni, però."

- E poi? chiesi mentre al camioncino il messicano gridava numeri spagnoli, che successe?

"Nienzi, me lassai culla Maristhella, ca sia nnamurata troppu. Me dicia "iou nu vagnone fiaccu ogghiu. Bad propriu comu a tie!" E cussì pijai li sordi ca tenia de parte e inni a quai, in California. Lontanu da tutti. 
Solu ca me rieterarunu la patente. 
Eccu percé nu possu guidare…"

- Ah, e non potevi dirlo prima?
- E tie nu me l'hai chiestu!
- Comu no?!
- Me dicii "guida guida tu!"
- Però… fammi capire…. Massimo, sei scappato dall'Italia perché i poliziotti ti avevano arrestato?
- No, ce dici. Dici ca scappo dagli sbirri??
- E allora?
- Iou nu tegnu paura degli sbirri! 
- Ho capito… allora perché sei qua?
- Perché… percé… quandu le vagnone se taccanu troppu… iou nu ci la fazzu cu stau chiui…
- Scusa e c'era bisogno di fare tanti chilometri cu scappi via??
- Me piacenu le biondone… tettone! 
- Vabè meh, facimune nu giru ca stu burrito m'ha china la panza!
- Sì sì sì sì sì.

Gli odori del cibo messicano erano così buoni che non riuscivi a staccarti via da quel camioncino. Volevi provare tutto ma come spesso accade la domenica dalla nonna: non si può mangiare per sempre. 
Nemmeno qui.
A Los Angeles. 

Ca li sordi eranu quasi spicciati. 

COME SONO SOPRAVVISSUTO NEGLI STATI UNITI 

SENZA CAFFÈ IN GHIACCIO E GUENDALINA 



SAN FRANCISCO
[Seconda Parte]

PACIFIC HIGHWAY
(Intermezzo)

LOS ANGELES
(Terza e ultima parte)



Ultime ore del viaggio...

Max lo conobbi per strada.
A Carmel. 
Non aveva molti bagagli, solo uno spirito avventuriero. 
Non parlava italiano, solo salentino. 
Ma di quel salentino gretto, che ascolti nella periferia, nei bar cristallizzati in epoche lontane. 
Quel dialetto delle nonne, sedute fuori l'estate sulle sedie di legno. 
Era quasi un'apparizione. 
Max fuggiva dalla ragazza, che ormai era diventata un tormento; ma fondamentalmente aveva tanti soldi da parte da volerli spendere e poi vantarsi una volta tornato. 
"Li amici mei mi devono invidiare, addhu bessere lu megghiu!"
"Io tra cinque giorni torno in Italia, Max, tu cosa farai?"

12 Novembre. 

"Eccola, Eccola" urlai colpendo più volte Massimo.
Los Angeles, la città degli angeli.
Lui si svegliò di soprassalto gridando "stau sveglio, stau sveglio!".
Gli chiesi di guidarmi verso l'hotel; la strada era già inserita nel navigatore e non avrebbe avuto altro da fare se non impostare il percorso.
E contro ogni mia aspettative riuscimmo ad arrivare in poco tempo.
"Attento Marco, a Los Angeles c'è il peggior traffico d'America" mi dissero in molti.
Ma io ero più che forgiato da quello di Lecce.
"Se c'è na cosa ca funziona a Lecce ete lu trafficu!"

"'Evening!"
Appena scesi dall'auto fummo accolti da un un tizio mulatto in camicia bianca.
Ci chiese le chiavi dell'auto.
Io sinceramente non capii subito.
"Massimu ma ce bole?"
"Pensu sordi sai.."
"Sordi? E lampu! Fanne rriare mustafà!"
"Tieni nà" gli allungai un dollaro "buy a gelato…"
Mi guardò male, poi sorrise sfoderando denti bianchissimi, e a gesti ci fece capire che era il parcheggiatore.
"Marcu nu te fidare.. quistu parcheggiatore abusivu ete!"
"Naa puru a quai stannu?!"
E gli allungai un altro dollaro.
Lui lo accettò alzando gli occhi al cielo e sembrò stufato quando ci indirizzò verso la reception.
E lì ebbi la consapevolezza di essere arrivato in una megalopoli.
Al computer, un uomo enorme.
Quando parlava non guardava mai in faccia.
Le lenti degli occhiali riflettevano lo schermo del computer e le poche parole, spedite da copione già scritto, viaggiavano afone e robotiche.
"Iddhu na. Te piacenu le purpette ah?!"
"Massimo cittu"
"Mena tanto mica conosce il dialetto."
Sorrisi dandogli ragione.
Poi una folata di vento e attraversò l'atrio una ragazza pallida, vestita di rosa, con i capelli rosa.
Sullo sfondo blu delle pareti dell'Hotel sembrò una medusa.
Fluttuante.
Trasparente.
Affascinante.
Uao, dissi dentro di me, che figata.
"This is your Key for the room.."
Presi le chiavi, le valige e ci indirizzammo verso la camera.
Ma con "Excuse me!" il tizio corpulento ci richiamò.
Ci spiegò dopo mezz'ora di conversazione che a quello fuori non dovevamo dare soldi perché era il parcheggiatore dlel'hotell.
A quel punto dissi a Massimo "hai istu?! tenmu puru lu parcheggiatore ufficiale."
E dentro di me partì il riff.

SE QUESTA È LA VITA A LOS ANGELES 
MMH MMH
POI TANTO MALE NON È.



Ultime ore del viaggio...

"Nu sacciu… Marco… Forse teni ragione… Forse è megghiu cu rimanimu a quai..."

13 Novembre. 

Decidemmo di fare i primi giri nella città per conoscerla meglio. 
Alla reception. 
"Maestroh la car? Dove sta? Where is the car?
Lui ci gesticolò senza distogliere gli occhi dallo schermo e ci puntò il dito verso il corridoio che dava al parcheggio. 
"Grazie, don't know?!"
Alzò lo sguardo per lanciarmi una occhiata, disgustata.
Ad aspettarci c'era lu Totu, il parcheggiatore.
Abbronzato, con la camicetta e il cappellino. 
Dissi a Massimo "moi comu dicimu a quistu ca n'ha dare la machina?"
"Spetta ca qualche parola in inglese la sacciu."
"Eh.. Master… we need the car…"
Ci rispose qualcosa che non capimmo ma non fu importante quando giunse con la nostra bimba.
La nostra bellissima dodge: bianca ed enorme e 'spierta da farci sembrare dei surbini in assetto da rapina.
Io e Massimo ci guardammo estasiati e indossammo gli occhiali da sole: eravamo pronti. 


Los Angeles è districata in diverse zone e un vero losangelesiano non direbbe mai "vivo a Los Angeles" perché è come dire "vivo in Lombardia". 
Si specifica la zona: LA, Glendale, Venice, Santa Monica ecc..
Sono città in una megalopoli attraversate da una enorme autostrada. 

L'incrocio del bar Rosso e Nero visto dall'alto o come lo chiamerebbero qui: 
The burdel of Red and Black.
A Venice l'aria odorava d'estate. Era novembre ma il sole forte illuminava ogni angolo della via.






Venice beach è come Gallipoli. Una città immersa di odori molesti, fermenti giovanili, capelli rasta, bottiglie di birre e tanto, tanto mare. 
Qui io e Massimo ci stendemmo in un prato e ascoltammo i suoni del mare. 
Le onde che scandivano i nostri ricordi. 
- Marcu ogghiu tornu!
- Io, no invece…
- C'ha dittu?
- Non voglio tornare…
- Su cose da dire??
- Eh sì. Mi piace stare qua. Ho tutto.
- Come il nostro Salento non c'è niente!
- Bah… ci sto ripensando. Guardati intorno. Abbiamo tutto. Il sole, il mare, il vento. Ok, non abbiamo l'US Lecce, non abbiamo il caffè in ghiaccio… il guendalina. Non abbiamo la nonna… e tante altre cose ma senti che libertà. Sentila. Respirala.
Annusò l'aria, Massimo.
- Iou sentu na 'ndore de canne…
- Eccu sta bidi? Puru a quai tenimu le canne dellu Parco Gondar!
- Sta 'mpaccisci. 'Ntisate ca scia mangiamu.

Le ali di pollo imbevute di salsa piccante messicana e poi della Louisiana sono molto buone. 
Saporite, finché i gangli intestinali riescono a reggere cotanta veemenza. Il problema principale è che non te ne accorgi subito del grave errore che hai fatto.
E infatti.

La sera il mio intestino lo sentivo gorgogliare. 
Muoversi convulsamente. 
Lo sentivo male. Molto male
La mia fortuna fu trovarmi in camera, dove potei scappare subito in bagno. E lì, diedi il meglio di me.

- Marcu sta te cachi? Duma l'aspiratore! 
- Sine, tranquillo!
Urlai dal bagno, seccato. 

Quando c'è un incendio si vieta categoricamente di aprire porte per impedire che l'arrivo di ossigeno possa alimentare ancora di più le fiamme. 
Lo dicono per evitare stragi. 
Lo dicono per salvare vite umane. 
Ma chi è, in momenti di panico, così coscienzioso da ricordarsene?
E così aprii la porta.
L'aprii con l'adrenalina di un uomo che vuol scappare via da un orrore

E l'aria si fece marcia.
E la moquette si impregnò. 
E allo stesso modo delle spore, da quel manto morbido, fuoriuscivano polveri sottili. 
Mortali. 

- Porcu dissi, c'ha cumbenatu? Ce colera!
- Pure a te succede!
- Santo dio. Qui si muore. SI MUORE!!!

La leggenda narra che la notte dormimmo con le finestre e le porte aperte, con i lucchetti e le valige attaccate al corpo.
Pare che ci furono diverse lamentele. 

Ultime ore del viaggio...

Gli americani non capiscono nulla di cucina, sentivo dire spesso. E in parte ci credevo. Anzi continuo a sostenerlo. Eppure per come ho mangiato si può dire che questo è un falso, del resto come noi italiani mammoni

14 Novembre. 

La mattina era iniziata presto, avevamo in programma una visita agli studios cinematografici. Erano tanti e dislocati in diverse zone della città.
Il letto sfatto mi riportò alla mente dei ricordi vecchi e recenti, in un susseguirsi di scene di una routine quotidiana, immagini che focalizzi meglio quando sei lontano da quei gesti abitudinari.

- Massimo però mi manca la mamma… Sai che la mia quando esco di casa presto e non ho sistemato il letto, sai che me lo fa lei?
Perché dice: ca se mueru almeno li cristiani nu dicenu ca lu liettu era scunzatu!"
- MATONNAAAAA PURU LA MIA FACE CUSSI'!

Per un momento fissai meglio il mio compagno di viaggio, era già pronto, vestito, pulito, e aveva il letto sistemato. Come se non lo avesse mai usato. Gli chiesi spiegazioni ma mi rispose "te droghi?".
E così non ci badai. 
Entrammo in macchina e partimmo per un lungo tour. 
Avvertivo qualcosa di strano.
Però. 

E dal nulla, sorpassando una serie di auto in fila.
- Sì, sì, sì, sì, sì.
- Sì, cosa Massimo?"
Tolse il dito dal naso, se lo studiò e poi si pulì sui jeans.
- … Cosa sì?
- … Hai detto sì… Non ho capito a cosa, però.
- Ma ce te fumi?
- Comu? Mo l'hai ditta.
- Guarda ca nu n'aggiu dittu nienzi.
- Vabè meh, lassa perdere.
- Fermate ca aggiu cagare.
- 'Ntorna??
- Sì sì sì sì sì.
Portai l'auto fino al parcheggio di un fast food, In&Out il nome, e mi fermai.
Lui si diresse in bagno. Io ordinai e mandai un messaggio a Martina.

"Martì stiamo per andare agli studios della Warner Bross. Tu che combini?"
Sapevo benissimo fossero lì le 21, ma, stranamente volevo sentirla.
Ascoltare la sua voce, la sua cadenza meridionale.
Il suo essere forte e deciso da farmi apparire quasi un estraneo.
Dicevano: ma perché non la lasci? Ti comanda sempre a bacchetta. Non è da uomini latini.
Rispondevo: le donne del sud sono forti, devono esserlo per crescere un bambino.
E decisi persino di chiamarla.

"Sta fazzu la dieta", esordì così nell'unica conversazione cui riuscimmo ad avere per lungo.
Mi raccontò.
'La nepute della zia Tetta de Scorranu m'ha consigliato sto dietologo. Nu possu mangiare nienzi pero. Ddhadiaz
Quel dolce momento tanto atteso, quello per cui tutte le incertezze di un viaggio dovrebbero sparire.
E parlava Martina, parlava. Non mi chiedeva nulla. Come stai? Che hai fatto?
Nulla.
"Martì sai che og.."
All'improvviso in lontananza, dall'altra capo del telefono sentii forte e chiaro:
'Martina c'ha mangiare osce?? Pastah o insalata. Mena ca la nonna ha purtatu la parmiggiana!'
Era la madre.
La sentivi urlare a distanza.
'Martinah lu Marcu ce sta face?? Stae culle americane no?? Dinne cu torna ca tenimu tanti posti belli a quai senza cu se scafa alle americhe!'
Non ebbi il tempo di replicare che mi rispose fredda.
'Mena che devo mangiare.'
'Quindi quando torno ti trovò magra?'
'Ce boi dici? Ca su rossa??'
'No però se fai la dieta...'
'Ciao Marco.'
E chiuse.
"Pronto? Pronto?

"Ancora a quiddha 'sta pensi?"
Massimo era tornato con un volto soddisfatto e capii che era andato tutto bene.
Mangiammo e partimmo per i Warner Studios.
Era la tappa centrale del giorno.
Sulla strada, ad intervalli, lo iniziai a fissare, Massimo.
Il suo tatuaggio.
I suoi capelli.
Il suo modo di vivere.
Un salentino come me, in America, che cosa buffa mi dissi.



Negli Studios della Warner Bross, ci facemmo un giro sopra un trenino. Nella motrice c'era una ragazza, tatuata, che parlava in inglese. 
Solo e soltanto in inglese. 
- Sta giaggianese… e nu parli de carbu?
- Cittu Massimu…



Discuteva di tutti gli stage e i posti famosi. 
Dove avevano girato le scene dei film della casa di produzione e dove ne stavano girando di nuove. 
Passammo per un capannone dove c'erano dei falegnami che lavoravano, non tutti. Uno era steso su un bancone. Altri ridevano.
E quelle risa mi contagiarono.
E risi anche io.
Mi venne alla mente lo zio Antonio; un falegname d'altri tempi. Me lo ricordavo taciturno e scorbutico mentre lavorava il legno nella sua casa a Santa Rosa. 
Gli piaceva quel mestiere, un genio. 
La mia terra di falegnami, di operai manovali. Di contadini. Pagati poco ma maestri nel cuore e nell'animo. 

Sul finire del giro turistico, bam. Ci troviamo nel mezzo di una esibizione dei costumi e degli oggetti e dei veicoli di tutti i batman. TUTTI. 







Gli Universal Studios con le macchine di Fast and Furious.


- Martì guarda comu quiddha dellu boss de Campi ete!
- Almenu nu tene na panda scasciata comu la toa, Marcu!

La giornata volse al termine con un giro sulla Walk Of Fame. 



Ultime ore del viaggio...

Nove ore di differenza con l'Italia. 
Con la Puglia. 
Con Lecce. 
È buffo perché è come se mi trovassi indietro nel tempo in un paese avanti cinquantanni.
Un paese avanti ma senza bidet.
Comu fannu, dicu. 

15 Novembre. 
Ovvero: di come Marco si vestì di Malinconia.





La mia terra, i miei ricordi, è solo un viaggio Marco, solo un viaggio.
E se esistono altri mondi oltre il Salento?

Non c'era modo di fermare l'auto, che sfrecciava imponente sull'asfalto ruvido e rovente. Il sole alle mie spalle a brillare sullo specchietto retrovisore i sogni e le speranze dell'ultimo giorno del mio viaggio.
Rivolgevo spesso lo sguardo, come per accertarmi di non essere solo in questo tragitto. Gi occhiali da sole che tanto Salento avevo riflesso pendevano sul naso, la fine di un'avventura senza precedenti.
Io non potevo farcela. 
E da una certa altezza la città bollente di mille luci mi apparì dinanzi, come in un sogno.
Massimo aveva altri in giri in programma, non sarebbe tornato con me.
D'altronde lui faceva parte di un'eccezione, qualcosa che in un viaggio del genere ti capita.
Ti deve capitare.  
Con Martina invece era un discorso aperto. Erano ormai una ventina di giorni che non la vedevo e questo mi aveva forse aperto gli occhi. 
Noi siamo quelle coppie, tendenza, quelle che ti ritrovi nei bar più in, nelle serate glamour. 
Coppie che fanno scalpore
E forse questo viaggio l'aveva destabilizzata un po'. 
Trovarci separati cosa avrebbe fatto pensare alla gente? 
No, non era una cosa bella. Una cosa da salentino vero. 
Dissi a Massimo di aspettarmi un attimo in auto prima di dirigermi verso l'aeroporto. 
Erano nove le ore di differenza con l'Italia e le ultime ore d'America. 
Dovevo chiamarla, dovevo capire meglio il nostro futuro. 
E poi mi sarei regolato. 
Su quale maschera indossare una volta tornato. 

"Pr…pronto?!"
Una voce impastata dal sonno. 
Tutto d'un fiato le sparai le mie perplessità. 

"Marti lo so che è tardi o è presto, lo so, però ti devo dire una cosa: tu vuoi realmente vedermi? Questo viaggio è stato importante per me… Mi ha fatto capire tante cose… Tante. 
Io ti voglio rivedere, poi prendere e partire di nuovo. Ti prego dimmi la verità: ,i vuoi o no?"
Il cellulare mi mandò un segnale di avviso di chiamata
"Aspetta, avviso di chiamata, scusami!"

Era mia madre. 
"MARCU MIU! Hai pigliato tutto, no? Tutto - Tutto, no? Non è che ti sei dimenticato niente no?"
"Mamma sì, ho…"
"Ecco, t'ha scerratu qualche cosa.. la sapia mannaggia san pistone!"
"Mamma no! Ho preso tutto…"
"Lu regalu alla zia Daniela? Lu ziu Antoniu? La nonna? Lu Vittorio? L'Osvaldo ca te porta sempre gli zanguni? Lu Giovanni della macelleria ca te da li turcinieddhi?"
Il cellulare squillò di nuovo.

Era mia nonna. 
"MARCU MIU sta torni??"
"Nonna ma non stai dormendo?"
"None m'ha chiamatu mammata e m'ha dittu ca stavi subbra insbruk… m'ha dittu chimalu moi ca se non sparisce subbra li aerei…"
"Ah grazie nonna… Tanto tra poco ci vediamo!"
"Se lu signore ole! Statte attentu ca osce la commare Angela ha dittu ca sta cadenu nu saccu de apparecchi! Cu tutti sti Rom!"
"No, tranquilla Nonna… Mo torno che…"
Un altro avviso di chiamata. 

Era mio padre. 
"Marco."
"Papà."
"È andato tutto bene?"
"Sì, papà."
"Femmine?"
"Ho Martina."
"All'età tua ne avevo venti."
"Ma se all'età mia avevi già due figli? Tradivi la mamma, quindi?"
"Tu non hai 19 anni?"
E squillò il telefono di nuovo.

Era Massimo
"Massimo ce buei?"
"Comu ce buei? Me sta scinde lu latte! Te movi!?"

Chiusi tutte le chiamate. 
Lasciai solo Martina.

"Martina, allora?"
"Marcu si sciutu da Tiffany?"
"Sì…"
"E allora puoi tornare. Te sta spettu bella tonica. Tutta pe tie!"

E partì nuovamente il riff. 

SE QUESTO È IL RITORNO
MMH MMH
POI TANTO MALE NON È.

16 Novembre. 

Ovvero: ultime ore del viaggio.



Massimo mi lasciò prima di arrivare all'aeroporto. 

- Marcu miu si statu nu frate comu nu vagnone delle vele, pe mie. E dhai sai quanti su forti li cristiani!
- Grazie Massimo…
- Quandu tornu ni sentimu! 
- Sì… dai…

E poi si accarezzò il tatuaggio del bacio sul collo e gli disse "dinne ciao cumpà!"
Le labbra si mossero e io dissi a me stesso "non sta succedendo veramente, non sta succedendo veramente."
Poi mi svegliai di soprassalto sull'aereo. 
Mi chiesi: Massimo?
Il passeggero accanto mi guardò stranito e anche un po' spaventato. 
Non dovevo avere un aspetto fresco e riposato e pensai di avere gli occhi rossi, mi capita spesso quando non dormo bene. Ma in quel momento era Massimo il mio pensiero. 
Provai una strana sensazione, quasi di disillusione. La stessa che ti colpisce quando ti svegli da un lungo sogno e pensi fosse reale. E ci rimani male. Malissimo
Realizzai dell'importanza del compagno di viaggio, avevo forse bisogno di un alter ego che non mi facesse dimenticare della mia terra natale. 
Perché per quanto lontana non lo è mai realmente nel tuo cuore
E qualcosa di ancora più puro, la felicità dev'essere condivisa.
Massimo, dissi di nuovo.
Un nome le cui lettere si persero nell'eco della mia mente. 

                                

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Da una certa altezza sembrò fuggire via la città bollente dalle mille luci.
L'aereo puntò l'immenso blu e sparì. 



Conosco un tipo a Lecce. 
Lui è sempre incazzato perché vive nella terra più brutta del mondo, racconta.
Non vede l'ora di andare via ma sempre lì resta. 
E ogni tanto continuo a sentirlo al telefono, gli parlo, e le uniche cose che mi dice sono "odio dove vivo".
Non l'ho mai capito sinceramente. 
Per me Lecce e il Salento sono le uniche cose belle della vita, ce le ho tatuate sulla pelle e ora, qui dopo l'America, tra le creste degli sbuffi delle nuvole, me le porto con me.
No, è una cosa che mi manda in bestia, me face 'ncazzare.
Come si fa ad odiare la propria terra?
Terroni, ci chiamano. E lui stesso ci chiama.
Ma io ho imparato in questo viaggio che lontano dal Salento le persone non si conoscono, non si toccano. Non si guardano. Le vedi sempre impegnate. 
Si abbronzano nei solarium, non hanno il sole.
Anche se è in alto nel cielo, risplende color plastica, riscalda la pelle, è vero, ma non è quello salentino. 
Nei negozi se non conosci nessuno davanti non puoi saltare la fila.
Quel mio amico non lo capisco, lui vuole lavorare, vuole andare via, non vuole vivere la vita salentina con i suoi genitori. 
In America mi raccontano, i ragazzi vanno via da casa a diciotto anni, i genitori difficilmente li costringono a rimanere. Anzi: sembra li caccino via. 
E invece quel mio amico è ancora con i suoi e annaspa, urla, scalcia perché non riesce ad andare via.
Ma come si fa a vivere senza la mamma, mi chiedo.
Senza una donna che ti cucini, lavi e stiri le camice, che ti apra la scatoletta del tonno in caso tu ti tagli. Una donna come la mamma non esiste da nessuna parte. 
E tu vorresti lasciarla, caro amico mio, dici perché sei ormai grande? 
Come puoi pensare di essere grande nel Salento. 
Siamo eterni bambini qui.
Viviamo nella terra dei colori dell'infanzia.
Del mare.
Della felicità.
Non serve lavorare da noi.
Perché ci sono gli adulti che lo fanno.
Già.


                                                  FINE

marcodemitri®

Con il vero Massimo Decimu Meridiu!

Ringrazio tutti coloro che mi hanno seguito in questo viaggio. 
È stato divertente scrivere dei vizi del salentino, dell'America, dei pregiudizi e degli stereotipi. 
Vi ringrazio ancora, di cuore, e vi comunico che questo viaggio continuerà Venerdì 8 maggio su Radio WAU.
Dalle 17 alle 19 discuteremo insieme del reportage!



















mercoledì 22 aprile 2015

COME SONO SOPRAVVISUTO IN AMERICA SENZA CAFFÈ IN GHIACCIO E GUENDALINA. [INTERMEZZO]

*
Ci sono diverse cose da conoscere su questo viaggio. 
Molte le leggerete, altre ve le scrivo qui:
Le foto sono state realizzate in tutto o in parte da un amico, un compagno di viaggio, che ringrazio. Il mio telefono ha sofferto di gravi ammaccature sul vetro della fotocamera e non ha retto il ritmo, l'emozione, l'enfasi. 

Questo è un reportage, come in molti avranno capito, ironico ma salentinamente vero. 
Ho solo trattato l'argomento immergendomi nei panni di un salentino medio.
Per conoscere le singole parti cliccate sui nomi delle città. 
Per chi non capisse le parole dialettali, invito a cercare su questo sito

Ultimo giorno del viaggio, ore 20 e 30.

Ste segge su belle propriu,

penso mentre con una mano ne tasto la ruvidezza; sì, mi ricordano quelle a casa dellu Totu per il battesimo della figlia.
Un uomo accanto a me tossisce, ha i baffi, la pelle scura, basso e tarchiato si ingozza di Nachos. Poi esclama qualcosa e sorride compiaciuto. Dal camioncino di fronte a me, invece, giunge una voce in inglese e a seguire una in spagnolo: number eight, número ocho.
Oddio, è il mio turno. 
È arrivato il mio Burrito, il secondo della mia vita. 
È una palla enorme ripiena di fagioli, riso, carne e salsa guacamole; attorcigliato nell’alluminio ha le dimensioni di un neonato.

Più lo guardo, più immagino a come sarebbe stata la mia vita se fossi nato e cresciuto qui, in America: a Los Angeles.
Ma a dire il vero è come essere a casa.
Mangiare al camioncino di immigrati, le sedie in plastica, l’aria calda bagnata di umido e la tristezza negli sguardi.
Sì, è come andare al PD in una calda giornata di agosto.

Flash, qualche giorno prima. 
Ci siamo io e un'auto.
Noi due con tante skittles. 
Noi due diretti per: 



COME SONO SOPRAVVISSUTO NEGLI STATI UNITI 

SENZA CAFFÈ IN GHIACCIO E GUENDALINA 



SAN FRANCISCO
[Seconda Parte]


PACIFIC HIGHWAY
(Intermezzo)



11 novembre.

Quando a San Francisco mi recai alla Hertz erano le 7 e 30 del mattino.
Il cielo di novembre era gonfio di pioggia, e ad essere sincero quel clima mi mise un po' d'ansia. Il cuore mi batteva forte, non sapevo nulla di strade e autostrade americane e nemmeno di auto.
A Lecce scorazzavo per le strade con la mia Panda 750 modificata con motore Abarth da Carmelino, il mio meccanico di fiducia.
Finii per amarla più di Martina.
Ci avevo messo anni per renderla spierta, esattamente dopo il primo fast and furious. Ci avevo aggiunto le minigonne, gli spoiler. Un neon blu dentro e una croce di cristo nostro signore appesa allo specchietto retro visore.
Quella croce me l'aveva regalata la nonna Giovanna per la comunione, ma i miei furono costretti a togliermela quando notarono una scoliosi. Il dottore disse, troppo pesante, mia mamma gli rispose, con gesù christu an piettu idi comu se fermanu le vagnone, diu perdoname se fazzu peccato.
Alla fine, però, vinsero gli assistenti sociali e io dovetti toglierla.

Al bancone al tizio orientale sudava la fronte, gli occhi schizzavano freneticamente.
Prese i miei documenti, mi chiese qualcosa a cui risposi come un contadino di Taviano, "eh.. cen… wha.. comu se dice.. I ham…", infine mi puntò il dito guardando alle mie spalle.
Con decisione, fermezza.
Con forza.
Obbligandomi a voltarmi.
E vidi un'auto meravigliosa.
Grande.
Bianca.
Lucente.
Col muso abbassato.
Con il posteriore alto.
Era la femmina che ti trovi al Tabù di Porto Cesareo.
La ragazza in perizoma perennemente a prendere il sole.
Lei, longilinea, quella per cui ti spacchi di palestra tutto l'anno, per cui ingurgiti polverine proteiche.
Quella per cui ti irriti il colon per il troppo cibo integrale.
"Ha squagghiare pe li addominali!"
Lei, ferma, lì, immobile.
Mi venne duro.




Uscii con la bocca aperta, la saliva che colava.
La raggiunsi e iniziai a tastarla con delicatezza. L'annusai.
"Per diu, ce bete!"
Ci entrai delicatamente, per non farle male e sprofondai quant'era grande.
L'odore di pulito.
Di feromoni petrolchimici.
"Matonna mia, comu se dduma?"
Provai a baciarla, niente.
Allora le inserii le chiavi con violenza, "alle donne piace" mi ricordai di averlo sentito da qualche parte.
E si accese, si illuminò tenue, poi forte. Vibrò lei, tutta, il mio sedere.
Gorgogliò amore.
Bene, Marco, e ora?
"Li amerigani nu capiscenu nienzi de machine, già ca tenenu le marce automatiche."
Le marce automatiche, esatto.
Provai a partire.
E fu un disastro.
Come la prima volta.

Le auto americane hanno due pedali: freno e acceleratore.
Perché non hanno frizione.
Ma il problema che si pone per un italiano è il pedale della frizione, appunto.
Uno, in automatico dirige il piede dove normalmente c'è quel pedale, infatti.
Ennò, lì c'è il freno, per l'appunto.
E bam, la macchina inchioda.
E bam, ti ritrovi catapultato sul cruscotto.

Porcu diaz.
Mi ritrovai sul cruscotto svariate volte prima di capire che:
1) La frizione non esiste.
2) Il pedale del freno è enorme.
3) Il freno è tirato al massimo.

Bella, bellissima sei però, le dissi.
Adesso fammi guidare de garbu.
Impostai il navigatore per la pacific highway.
E partii.

Fino a quando mi accorsi che c'era qualche problema.

Vroom. Vroooom. Vrooooooooom.
Dopo quarantacinque minuti mi sembrò strano che l'auto facesse sempre e solo un rumore.
Uno solo.
Vroooooooom.
Dissi a me stesso di non preoccuarmi.
"Cavalli americani", è normale facciano gli sboroni.
Sì, marco, non è normale che non riesca a superare gli ottanta chilometri orari senza sentire l'auto che fa fatica.
Mi accostai, presi il libretto delle istruzioni.
Buttai il libretto delle istruzioni.
Guardai l'unica marcia e cercai di capire.
C'erano una A e una M.
A ed M.
Mmh.
E poi l'illuminazione: e se ho fatto il viaggio in prima perché ho impostato il cambio sequenziale?
Vediamo.
Rimisi in moto l'auto e iniziai a correre.
Provai a cambiare in A e…
… la magia.
L'auto non faceva più quello strano rumore.

Insomma, avevo viaggiato per quarantacinque minuti in prima.
Cavalli americani.
Cugghiuni salentini. 






Avevo impostato delle tappe data la lunga traiettoria da seguire, più di duemila chilometri. 
Carmel.
E infine dritto per dritto fino la megalapoli. 

"Sulla strada stai attento alla polizia, ti spara se corri troppo..."
Mia madre.
"… fiju miu sta mangi?"
Mia nonna.
"… sacciu ca tie fuci comu li pacci. statte attentu ca addhai te sparanu…"
Mio padre.
"se t'ammazzi o t'arrestano io mi prendo lo stesso i regali di Tiffany eh."
Martina.
E io lasciavo correre, fuggivo via da questo mondo.
E ci avevo preso gusto. 
E molto.




Ogni occasione era buona per sbirciare il più possibile fuori dal finestrino. Mi godevo uno spettacolo splendido. Anche se ero in parte abituato. Il Salento coast to coast offre una visuale straordinaria, soprattutto l'estate, col canto delle cicale, l'odore di erba secca e lo sfondo macchiato di arbusti.
Correvo sulla mia Dodge Charger 3000, correvo puntando al massimo l'acceleratore, incastrato nelle file ordinate dell'autostrada californiana. I veicoli ordinati sulle proprie corsie, così grandi e così tranquille.
C'avevo più paura a guidare da Lecce a Napoli che da San Francisco a Los Angeles.
Esattamente.
Quelle strade enormi non mi mettevano ansia.
Ero così contento di guidare, col mio cambio automatico e i miei occhiali da sole.
Ero partito per Los Angeles e più lo ripetevo a me stesso e più non ci credevo.

Mi sentii in diritto di rallentare, sempre di più, finché quasi non mi fermai. Mi suonarono e allora mi spostai nell'ultima corsia sulla sinistra. Ma anche lì mi strombazzarono. Era un camion.
Insomma capii che le corsie avevano un senso.
A destra i veicoli lenti a sinistra quelli veloci.
E mi misi in mezzo, dunque.
Avete presente la tangenziale di Bari? Bene.
Non c'entra nulla.
Se lì provi a mettere la freccia ti sparano per principio.
"St' qua m'ha mess la frecc. È arrivato u' trmon?!"
Qui, invece, se la metti rallentano per farti passare.
Uao, dissi.
Uao, ripetetti.
A questo serve la freccia.

"Martina ti parlo da una dodge charger…"
"De dune?"
"UNA DODGE CHARGER.
Gli occhi mi brillavano.
"Ma de ce parli??"
"Marti è una macchina. ENORMEEEEE!"
"Ah."
"Come va? Che fai?"
"Sto vedendo Pepa!"
"Pig? A peppa pig ti sei ridotta??"
"MA SI SCEMU?! Quella del Segretooo! Non mi ascolti mai!"
"Ah scusa. Beh, come va?"
"Devo chiudere che Pepa non è morta!!!"
"Pronto? Pronto??"
Chiusi e continuai a guidare.
Davanti a me la strada.
La vita.
(Per quello che mi era costato 'sto viaggio.)

Decisi di fermarmi in un piccolo paesino di passaggio.
Un paesino colorato di Murales. 

Santa Cruz. 






Ritratto di "Vagnone ca more de fame"

Proseguii per un centinaio di chilometri.




Un po' di paesaggio uggioso fino a quando non attraversai Carmel.

Qui accadde qualcosa che cambiò il viaggio. 

Definitivamente. 


Venne come un calcio di rigore sbagliato da Chevanton. Mi venne alla nuca, all'improvviso. 
Quella sorpresa mi colpì come nessuno o quasi aveva mai fatto.

Sulla strada il navigatore mi segnalava ancora molti chilometri alla meta. Erano le quattro del pomeriggio e il mio stomaco brontolava. L'emozionante tour lungo la costiera del Pacifico mi aveva lasciato talmente di sasso da farmi dimenticare di pranzare. 
E questo non era da me. 
A quel punto decisi di fermarmi nella prima città che avrei trovato.
Io, solo. 
Un pasto al volo mi promisi. 
Sì, me lo promisi. 
Ma no, non fu al volo

Carmel era attraversata dall'autostrada. Conservava la conformazione da città del far west e lo si poteva notare dalla disposizione delle case e del centro commerciale. Enorme, che si stagliava alto e imponente accerchiato da altri negozi. Piccoli, come se si inginocchiassero al suo cospetto. 
È un po' come l'IperCoop di Surbo. Dove Surbo è il far West e il centro commerciale l'unica cosa che ricordi di importante. 

Parcheggiai l'auto, la mia bellissima auto, le feci una carezza, lei mi suonò il clacson e io le dissi che sarei tornato a breve. 
Scelsi una tavola calda, di quelle col vetro sulla strada, di quelle con le poltrone lunghe e morbide e rivestite di tessuto plasticoso. 
La cameriera arrivò gentile e premurosa per lasciarmi dell'acqua e un sorriso e mi chiese se fossi pronto.
Io risposi "il solito".
Lei "hamburgher and chips?"
"Yeah!"
Mi guardò male. Ma capii il mio essere core preciatu
Mandai un messaggio a Martina nel mentre per comunicarle la posizione. 
Come un capitano amoreggia con la torre di controllo. 
"Martina sono in un posto molto figo. Mangio le solite cose. Il tempo di fermarmi e poi riprendo."
Stranamente mi rispose subito "Ok. Però non mandarmi messaggi a quest'ora che dormo. Poi mi si illumina il cell. Io mi alzo perché penso sia la promozione della Kiko e invece sei tu."
Mi scappò ad alta voce un Nu ne scrivi chiu nienzi, fanculu.
E poi la sorpresa. 
"NOOOOOOOOOOOOO."
Mi prese un colpo. 
"NOOOOOOOOOOOOO!!"
Un altro colpo.
"NOOOOOOOOON CI POSSO CREDEREEEEE!"
Un infarto. 
"SALENTINU COMU A MIE SINTI DDHA LA MATONNA??"
Pensavo di sognare. 
"MAESTROH, MA DE DU SINTI??"
Mi voltai, e c'era dietro di me un tizio alquanto losco. Uno di quelli che ti trovi a passeggiare sulla litoranea di Torre dell'Orso. 
Quelli che con fare atavico, indirizzano la loro mano sul pacco, lo tirano giù e poi su. Si arrovellano gli zebedei e poi, in una smorfia di soddisfazione mascolina, si compiacciono del loro essere masculi.
Aveva gli occhiali da sole grandi, con linee dorate, i capelli all'insù, e un vistoso tatuaggio di un bacio sul collo. Un tocco di classe come un rutto a fine pasto.
"Porcu dissi, de du sinti, cumpà?!"
Mi urlò spaventando gli altri presenti. 
"Eh… mato… di Lecce!"
"Ma de lecce lecce? o Lecce fore le mura?!"
"No.. Lecceh lecceh."
"Dha diu che bellu. Nu paesanu a quai! A du sta bai?? Se me possu permettere!"
"Tranquillu beddhu. Sto scendendo per Los Angeles."
"NAAAAAA E VABENE ALLORA OSCE LU SIGNORE È RRANDE. PURU IOU!"
"Ma guarda te! E come vai?"
"Come AU?? All'ampete no?! Chiedu li passaggi comu pe lu guendalina!" 
Rise muovendo il collo.
Muovendo ll tatuaggio. 
E a quel punto sembrò che le due labbra mi parlassero.
Che mi esclamassero "sine moi a quai!"
"All'ampete? Scusa io ho la macchina. Ti serve un passaggio?"
"No.. dai… nu sia te disturbi… ma sine dai e gnu!"
"Come ti chiami?"
"Massimo de Giorgilorio. Ma li amici me chiamano Max Decimu Merisciu."
"Ahh come il Gladiatore?"
"Cene? None perce allu merisciu me fazzu dece CANNUNI. MPUNNAMU CHIANAAA!"

Decidemmo di festeggiare per l'incontro.



E fu un errore tutto questo. 
Ma lo scoprii dopo. Molto dopo.

Sembrava strano, io non avevo mai dato passaggi a nessuno nel Salento. Eppure mi sentivo in obbligo di aiutare Massimo. Li salentini s'hanno aiutare sempre, mi ripeteva Osvaldo, il vecchietto che nel BarRetto di Castromediano entrava solo per chiedere l'acqua e leggere il giornale.
Poi morì soffocato.
Lu fazzu pe tie Osvaldo mio. 

Il cielo sembrava perdere gradualmente quel grigiore per trasformarsi in un blu.

Ceruleo, rilassante.




La mano ce l'avevo da diverso tempo sul cambio, per darmi arie, ma quell'atmosfera con uno sconosciuto mi metteva un po' di imbarazzo.
Decisi così di rompere il ghiaccio.

- Massimo ti spiego il percorso, così, per chiarezza. 
- Dimme Marcu, dimme. Ah, idi ca iou nu parlu italianu. Solu dialettu dellu Salentu miu!
- E come hai fatto qui? Manco l'inglese sai?
- Iou? nu ce besegnu. Comunicu a gesti.
- A gesti?
- Sì, aggiu studiatu quistu: 
E mi passa questo foglietto stropicciato.



- E ti è andata bene finora?
- Alle vagnone in piace quando ne fazzu "tiè"!
E rideva, disegnando rotondità su una pelle paonazza. 
- Comunque noi adesso faremo la strada fino a elle ei (mi piaceva pronunciare LA, arrotondare le lettere per darmi un tocco sopraffino). E lì, io ho una camera in albergo. Tie?
- Iou? Vabbè mo bidimu. In caso chiamo e vedo se piji na doppia!
- Faci tutti tie?
- Cacertu.

E chiamò l'Hotell. 
Con Skype. 
Comunicando a gesti.
E ce la fece. 
Sì, ce la fece. 
Ora ero in camera con un'altra persona.
Un salentino.
Uno sconosciuto.



Un oceano di luci, serpenti colorati di rosso e giallo, un torrente di auto davanti a me. 
L'indicazione Los Angeles in alto, sovrastò per diverse volte la nostra auto. La superammo io e Massimu con gli occhi sempre più lucidi per l'emozione. 
"Beivuoch sta rriamu!" 
Massimo non aveva dormito per tutto il tempo, troppo eccitato diceva lui. 
Ma iniziai a pensare che si facesse di qualcosa. 
Ogni volta ci fermavamo per fare una sosta, diceva "I go for pisciare" e quando tornava, tirava su col naso. 
Che tra l'altro era ormai un punto enorme rosso. 
"Tutto bene?"
"Si si si si si!" 
Sì, per cinque volte ripeteva. 
Sempre. 
"Sì?"
Rideva a crepapelle e poi si lasciava andare a dei commenti sulla sua attività fisiologica. 
"Ho fatto una cacata assurda. Ora mi sento meglio. Putimu scire!"
"Ma tu ti senti a tuo agio a cagare in bagni diversi dal tuo?"
"Percé?"
"Mah, io a volte non ci riesco. Mi fa un po' senso!"
"Senso? Ca pelle subbra la plastica a mintere. Te setti e tac fatto!"
"Bah, sarà. Comunque possiamo andare?"
"Sine, ce sta spettamu??"
Era arrivato il momento che gli facessi una domanda. Così, per curiosità. 
"Vuoi guidare un po' tu?"
"Io? Mmh… No dai, me piace comu guidi tie."
Lo guardai. 
Sbattei le palpebre convulsamente. 
"Ti piace come guido io? Ce bete na giostra?!"
"Si propriu simpaticu! Sì, me piace comu guidi. Per la prima volta vedo un salentino che mette le frecce per sorpassare. O per girare! Non mi era mai capitato!"
"Ah vabbè ma io le metto perché mi piace il suono. Quel "tlak tlak". Dice Martina che si eccita quando metto la freccia. Ce su strane le vagnone!"
"Povera a tie ca t'ha ncastratu."
"E tie?"
"Iou? Ma si pacciu? Suntu salentinu, in California culle biiondone de beiuoch. Dici ca me ruvinu cu na vagnona sola??"
"Iata a tie!"
E poi si accarezzò il bacio sul collo. E mi fece un effetto strano. Come se quelle labbra si muovessero. Di nuovo? Mi chiesi. 
Marco le labbra non si muovono.

Per il resto avevo ancora due dubbi su Massimo.
Pensavo: e se non avesse la patente? E trovasse scuse per non guidare? 
Ma soprattutto: che cosa ci faceva in California? 
Queste domande svanirono in fretta, però, quando squillò il telefono.
Era Martina. 
Il nome "Love mio" sulla sua foto al mare. 
Per la prima volta mi salì un ansia addosso. 
E mi preoccupai.
Sono Salentino, sono in California: che cosa ci faccio ancora fidanzato? 
Ma anche questo pensiero svanì una volta che sentì la sua voce:
"Amò se nu me respundi subbitu quandu te chiamo te bruciu le magliette dellu lecce."




Quando il conto alla rovescia per la grande città era ormai iniziato, avvertii un po' di stanchezza.
I cartelloni verdi con le varie destinazioni indicavano un numero di miglia via via inferiori e sembrava volessero dire "mena, mena… MENA!". Ma io, che avevo guidato per circa cinque ore ininterrottamente, non ce la facevo più. No, non ce la facevo più.
"Massimu ue guide tie?"
"'Antorna?"
"Comu antorna? Mica hai guidato."
"No, nel senso ca 'ntorna me lu chiedi?"
"E beh."
"No, me piace comu guidi."
"'Antorna?"
"Comu antorna?"
"Nel senso ca pare me piji pe culu! Ue cu guidi si o no?"
"No."
"Ma percé?"
"Percè no!"
"Teni paura??"
"UN SALENTINOH NON TENE MAI PAURA. UL LECCE. SENZA PADRONI."
Misi una mano al petto ma gli chiesi comunque il perché di questa uscita.
"Così, me piace ricordarla."
"Ma la patente ce l'hai??"
"UN SALENTINOH VERO HA TRE MACCHINE A CASA. NON SI SPOSTA SENZA. UL SENZA PADRONI!"
Rimisi la mano sul petto e gli chiesi nuovamente il perché.
"Così, me piace ricordarla."
"Vabè meh, fermiamoci un attimo che prendo qualcosa da bere e poi dritti fino la meta.

E ci fermammo in una piccola stazione di servizio.
Il tempo di fare benzina e di prendere qualcosa da mangiare.
Erano circa le sei e mezzo del pomeriggio e mi sembrava di essere invecchiato per quanta stanchezza avevo addosso.
"Sta ba cacu eh!", urlò Massimo.
Gli feci cenno di aver capito mentre continuai a guardarmi intorno.
E attesi, attesi.
"Massimo appostu?"
"Sì sì sì sì sì."
Ci risiamo.
Uscì felice, gli occhi rossi e il tatuaggio sul collo rinvigorito.
"Ah, finalmente. Sì sì sì sì sì."
Sì.

Lo guardai perplesso e pensai ai giorni che scorrevano veloci. 
Il tempo non si fermava, scorreva ininterrottamente; qualcosa in me iniziò a cambiare. Che interesse avevo a ritornare nella mia terra? Mi sentii male, però, al sol pensiero. Non era da me, questa malinconia. Io, che amo la mia terra, non era da salentino
Eppure ero lì, tra le leggere brezze delle auto sull'autostrada.
Tra le esclamazioni compiaciute, incomprensibili di una lingua non mia. 
Tra il sole morente alle spalle della stazione di servizio; una palla fluttuante, arancione, come di quelle mai viste. 
Un contrasto tra la natura verace e l'artificio. 
Un…
"Beh? Se sta face notteh! Te sbrighi??"
"Sì, arrivo…"
E andai lanciando uno sguardo a quei puntini luminosi, lontani.
Di fronte sulla grande autostrada.
Ma andai via da quell'intermezzo, lasciando un briciolo di ansie e paure. 
Per un ritorno che lentamente diventava indesiderato




Qualche ora prima di partire per gli USA. 
Marco mo che parti non dimenticarti di me. Fatti sentire sempre. Sempre. Sempreeee. 
Ok Marti, ma vedi che non è facile. Devo fare abbonamenti, schede telefoniche ecc…
Non me ne frega niente: fatti sentire. 

Qualche ora prima di arrivare a Los Angeles. 

Marti?
Di nuovo mi chiami??
Ma se mi hai detto di farmi sentire sempre.
Sì, vabbè ma mica sempre sempre eh. La Ludo mica si sente con l'Andrea ogni secondo!
Ma se abitano insieme!
E che c'entra! Intanto non si sentono e si asfissiano!
Asfissiano?? E vabè scusa allora.
Vabè dove sei?
Sono quasi arrivato!
Appost.

No, non era tutto apposto.
Affatto.

marcodemitri®


[Continua con la quarta e ultima parte tra una settimana. Ve lo giuro, sarà l'ultima!]