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sabato 31 ottobre 2015

La festa te li morti.

31 ottobre, la mia notte. 

"Quista ete la mia notte."

Marcello il baffo lungo sedeva sulla ringhiera del portone di nonna Concetta, di fronte un bar. 
Sedeva leggermente inclinato in avanti per non patire troppo gli acciacchi della vecchiaia, tra cui un'artrosi con cui aveva ormai familiarizzato e che talvolta gli tornava persino utile per capire quali previsioni del tempo aspettarsi per il giorno dopo. 
Marcello era anche detto, della bestemmia facile, e il perché era facilmente intuibile. 
Quell'artrosi, per esempio, costituiva spesso motivo di imprecazioni a cui seguivano una serie di sputazze e poi altre bestemmie.
"quale santu me manca? ah, mannaggia san pistone."
In quella via, diventata ormai la via delle sputazze e delle bestemmie, Marcello dava un senso alle sue giornate.

"Quista ete la mia notte". 



Marcello aveva una età che dava, ormai, poco spazio al futuro. E quella notte non aveva dormito bene. 
Lo spettro di una fine vicina, molto vicina, lo aveva avvinghiato.
Lo aveva inseguito nei sogni e costretto a svegliarsi agitato e con la saliva agli angoli delle bocca raffreddati e solidificati. Chissà da quanto tempo era lì a vivere incubi mostruosi con la bocca aperta. 
Ci aveva messo un po' a riaddormentarsi perché il sangue gli si gelò quando ascoltò un eco metallico, un suono simile a quello delle catene che cadono per terra.
Il cuore era impazzito. 
Le pupille dilatate. 
Suggestione, si giustificò. 
Ma non capì come giustificare il vento freddo ad accarezzargli il volto e le parole: 

"Quista ete la tua notte.

MARCELLO"

a propagarsi per le stanze vuote.  

Con le luci del mattino passò tutto ma c'era qualcosa di strano in quella giornata che non gli dava tregua nei pensieri.

"Quista ete la tua notte", non riusciva a dimenticarlo.

Ad aspettare su quella ringhiera, si era quasi fatto pomeriggio in una giornata qualsiasi d'inverno e il sole debole ma pur sempre caldo infastidiva la sua pelle raggrinzita, costringendolo a spostarsi dai fasci di luce. E fu in uno di questi momenti, voltando il collo, che Marcello intravide sulla sua sinistra tre sagome bagnate dalla luce. 
Disse, ah, ho trovato ce aggiu fare. 
E così, mentre quelle sagome si facevano via via più vicine mostrando i lineamenti di tre ragazzini, si preparò fischiettando ed esordì. 
"Beggi mei a du sta sciati?"
Loro, intimoriti, lo guardarono. Fissarono quel lungo baffo. E, con quella spavalderia da nuova generazione, risposero quasi in coro:
"allu barra". 
"Allu barra?" ripetè lisciandosi quel baffo. 
"Sì."
"E ce iti fare? Siti piccoli pe lu cafè."
"Mammama m'ha dittu cu pijamu nu picchi de caffè da macinare."
Rispose uno di loro continuando a fissare il baffo, macchiato di giallo; le sigarette, pensò.
Apriti cielo a quel punto. 
"Ah.. Uliti sapire na storia su ddhu barra?"
Loro fecero cenno di no ma Marcello da uomo forte del sud fece finta di nulla.
"Mo bu la racconto lo stesso."

Quando ero giovane, iniziò, di quel bar, e lo indicò, c'era una leggenda
Una leggenda dell'orrore…

Nei ragazzini brillò un leggero interesse. 

Quel bar si diceva… 

Si diceva che quel bar si rianimava

la notte.

Continuo?

Annuirono. 

Mi raccontava ogni festa te li morti, mia nonna, questa storia.



Quando la notte scende a coprire di un velo la città, quando la notte ti sfiora come la mano fredda di un conoscente sulla pelle nuda per salutarti improvvisamente, quando la notte di Ognissanti giunge, in quel bar accade qualcosa.

'Ete ura, sali Vittorio!'.

L'eco di una voce si espanse tra i muri bianchi e freddi.

Trascorso il giorno, si erano assopiti i corpi caldi e il silenzio avvolgeva ogni orecchio, scacciando i suoni della vita e tutto ciò che avrebbe potuto interrompere quella lugubre atmosfera d'ottobre. 
Quel locale era lì, immobile, e se ti fossi chiesto da quanto tempo e perché proprio lì e cosa ci fosse stato prima, c'era qualcos'altro?', no, avresti risposto ma, in realtà, non del tutto convinto. Lo fissavi e te ne innamoravi di quella struttura perché così bella e antica, così meravigliosa bagnata di giorno dal color miele del sole e resa candida ed elegante dalla luna la notte. 
E poi c'era quell'odore di umido, quel profumo di inverno, leggero, che combinava il più antico e scenografico dei panorami. E interrotto il sogno, il miragio, con una piccola coltre di foschia trafitta da una luce fioca, che si accese spavalda. Uno scatto di ciglia, che illuminò l'interno.

'Attentu ca nci stannu li scalini' 'Sine, mannaggia sacciu iou.''
Come una linfa, che scorre intraprendente nelle venuzze delle piante, la luce donò energia per accendere lo stereo in quel bar. Partì con l'Aida, imponente e classica.

'Ancora sta musica tenenu?' 'Amu cangiare barra!' 'Sine, Giovanni.'

Quel bar era chiuso da qualche ora ma quei passi mescolati alle voci rauche che emergevano dalle scale vomitate in una distesa di scaloni giù, nelle tenebre, lo riaccesero.


'Ste strade nu b'eranu cussì.' 'ma se iou me ricordu ca era picciccu e matrima me dicia sempre 'statte attentu quandu traversi la strada ca a quai su tutti pacci'. 


Emersero due arzilli vecchietti, coperti di un cerone bianco e di una aurea quasi spettrale e si muovevano composti fino al bancone. 

Si muovevano sicuri e compatti.
'Preco signori'.

Li interruppe il barista. Da una certa distanza non erano evidenti le sue borse sotto gli occhi ma più ci si avvicinava, maggiore era la sensazione spaventosa avvolgente, stritolante. Il barista asciugava convulsamente una tazzina e mentre ripercorreva il gesto nella stessa esatto movimento, chiedeva.

'I signori hanno chiesto?' 'Do cafe!'
Disse Vittorio con una voce sicura e profonda. E si mosse quel barista, e dai suoi movimenti, si ravvivò quel bar come un domino. Ritmo e musica.

"Guarda Vittorio, guarda, nu musciu!"
"Sthi Sthi!"

I due si mossero fino le vetrine, da dentro, e colpivano il vetro per spaventare il gatto che curiosava.
Era solo e appollaiato, serpeggiava la coda e fissava il nulla.
O meglio: quello che sarebbe apparso a tutti.
Più all'interno si muovevano le ombre, più quel felino si innervosiva. 
Finché iniziò a soffiare ma nssuno poteva ascoltarlo.

"Lassalu Giovanni, Lassalu."

Quando il tipico del braccio della macchina del caffè sbattuto con violenza per eliminare la posa all'interno della doccia, si mescola con il punto massimo dell'Aida, i due signori non possono fare a meno di cantare. E in quel locale illuminato da una tetra luce, che da fuori sembra una punta gialla nell'oscurità - come una nave che dondola nell'immensità dell'oceano in notturna - l'interno con quel marmo lucente, quell'odore di caffè, si surriscalda. 
Si accalda. 
Esplode.

'Buono sto cafè'

'Lu megghiu' 'Discita puru li muerti' 'È chiaro, infatti me sentu meju!'
E i due si guardarono, sorrisero, lanciando uno sguardo al barista, che rise anche lui. Risate grottesche e roboanti.
Risate che in qualche attimo scoprirono il teschio sotto la pelle.
Lo scheletro bianco e candido. 
Il cerone cadde, una nube di polvere si sollevò.
'Ce cazzu!'
Dalla mano di vittorio, da quella che potremmo identificare come pelle, si vaporizzò nell'aria un leggero fumo.
'Ahi'.
Un raggio di luce solitario trapassò il rettango della saracinesca e si fissò, in una linea retta. Una lancia luminosa nel buio pesto della notte. È arrivato il nemico. È l'albeggiare, che violentemente intima, obbliga a volatilizzarsi.
'Beh, ni bidinu la prossima festa te li morti. È tardu.' 'Ciao Giovanni' 'Ciao Vittorio'
E l'uomo in divisa salutò. 
'Arrivederci, signori.'
E i due scesero, abbracciati da amici, ingoiati dalle tenebre e mentre procedevano dritti, rilasciarono un leggero bagliore. 

"Ragazzi arriviamo."
Da sotto il bar giungevano lamenti, urla, grida.

Il giorno stava arrivando e per le anime dela notte non c'era più posto, disse Marcello, non c'è più posto il giorno dopo Ognissanti. E si racconta che in quel bar accadrà questo, questa notte, anche questa notte.

I ragazzini lo fissarono poco impensieriti.

Piaciuto? Chiese loro.
E loro lo guardarono quasi sbuffando e annoiati, e no risposero.
Ci sono storie migliori, queste non fanno per niente paura.
Quell'uomo non sembrò minimamente turbato dalla loro scarsa facilità di impressionarsi. Fu felice comunque per aver trascorso del tempo e quando si congedarono, lui prese per mano uno di loro, stringendogliela e poi gli porse lo sguardo, come se volesse fissarlo da uomo a uomo. Gli porse lo sguardo e gli occhi gli caddero, scoprendo delle orbite ossute e vuote, il bambino urlò ma Marcello non si staccò da lui.
Gli altri indietreggiarono, inciampando.
Marcello continuò a stringergli la mano forte, oggi è il mio ultimo giorno di vita, queste cose vi impressionano?
E in un urlo di disperazione, Marcello si lasciò cadere anche la lingua, la pelle gli si bruciò e si lanciò al collo del ragazzo, mordendolo.
Il ragazzino stramazzò al suolo, dandosi delle scosse come le code di lucertola; gli altri riuscirono a scappare via. L'uomo restò in piedi, senza vita, insanguinato, morto.
Un morto che cammina.

Avrebbe potuto dire tante cose, che bella giornata, ho fatto qualcosa ma ormai senza vita non poteva più.
Accadde dunque che una voce da quel bar, dove le tenebre erano ormai scese, lo accolse.

Marcello, ti chiami no?
Sì, rispose lui.
Ieni quai, ieni. Ca ni pijamu lu cafè,
Chi sei? Chiese con voce tremante.
Come chi sono? Hai finito proprio ora di raccontare la mia storia… quella mia e di Giovanni… Sono Vittorio. 
Ma com'è possibile?
Da stanotte sarai uno dei nostri… Marcello, ete la tua notte.
Vieni, vieni, ti presento gli altri. Questo è il nostro ritrovo, trovi tutti i leccesi morti qui o meglio quelli abitudinari, questo è la nostra pausa caffè durante l'anno, questo è il nostro..

PURGATORIO.

marcodemitri®


giovedì 17 settembre 2015

Un Primo Particolare.





L’esperienza più disturbante della mia vita ebbe inizio mentre fissavo la tavola imbandita a casa della nonna.
C’è molta più arte in un piatto di pasta fatta in casa che in un quadro di Dalì, pensai immaginando quel piatto prendere vita come in un musical: orecchiette giallo ocra vestite del grondante sugo rosso piccante e disposte in un conturbante ballo all’ombra di foglioline di verde basilico e, a rendere l’atmosfera più soft, una spolverata di bianco formaggio ricotta.
“Te l’ha mai dittu nisciunu ca nu se fissa?”
Alzai il sopracciglio destro, strabuzzai gli occhi e m’irrigidii.
“A tie sta dicu!”
Mi guardai intorno; poi fissai nuovamente il piatto avvicinando il viso e mi chiesi cosa stesse accadendo.
“L’ha capita allora ca sta te parlu?”
“C – come è possibile?!”
“Suntu quiddhru ca se dice lu piattu te parla pe quantu è bonu!”
“…”
“Dai scherzava!”
“C–cosa vuoi da me?”
“Cu fazzu do chiacchiere: lu tiempu prima cu me mangi!”
“Non ho più fame, guarda.”
“Nu b’essere schizzinosu! Te ulia cu te dicu: pensa prima cu mangi!”
“Cioè?”
“Dha santa cristiana de nonnata m’ha creatu cu dh’amore ca nu se acchia chiu percè siti ormai attrezzati cu surgelati, mechidonalds, sushi. Mai pe iabbu!”
“Uao, un piatto fondamentalista che parla dei valori di una volta mi mancava.”
“C’è si difficile. Pensa ca ste orecchiette enenu de na ricetta semplice: acqua e farina…”
“Ascolta, non conosco bene il dialetto…”
“Madò sti giovani de osce! Vabbè, cercherò di parlare nu picchi in italiano. Sarò tipo Siri: ti guiderò in tre difficili situazioni della tua terra.”
Alchè continuò a vibrare nell’aria solo quella voce mentre con mio sommo stupore il bianco iniziò ad inghiottire la scena.
“Immagina.”
“Puoi?” Risposi, circondato dal lucido candore del nulla.
“APRI LA CAPU, FESSA!”
“Ehi ma così mi ferisci!”

Mi ritrovai in un cielo azzurro; il sole era un astro bollente su un'immensa distesa di oceano verde e all’orizzonte si stagliava un campo di pale eoliche.
Ero stato teletrasportato: mi sentivo leggero, trasparente e pallido.
La strada sconnessa a tratti serpeggiava le campagne, le cicale frinivano e io vivevo un’esperienza extracorporea.
“Con la scusa del risparmio energetico stanno distruggendo la nostra terra. Lo sapevi che qui non crescerà più nulla?“
La situazione che si presentò ai miei occhi era impressionante; eliche che ruotavano imponenti con il tempo dettato dalle forti raffiche di vento.
“Dove siamo?”
“Sei in una delle tante campagne del Salento. Porzioni di terreno tolte ad agricoltori per costruire distese di fotovoltaico. Senti questo rumore?”
“Sì.”
“Sono le enormi pale eoliche: spaventano gli uccelli.”
Più in là l’indicazione turistica segnava “Masseria Papa”; nell’aria l’odore acre del gregge, per molti ma non per me, fastidioso.
“Basta così.” Irruppe.
Fui accecato da una serie di intensi bagliori ed ebbi la sensazione di cadere; le mie urla si dileguarono nell’estensione del vuoto. Poi qualcosa attutì l’atterraggio e aspettai un po’ prima che il frastuono nelle orecchie andasse via; ma non appena riaprii gli occhi capii quale sarebbe stato il mio nuovo scenario.
“Il traffico”. Esordì con tono cupo.
Non ci voleva; ero nella strada principale della città e tra fischi, urla e smog, la geometria andava a farsi benedire: il caos regnava sovrano.
“Conosco molto bene.” Risposi con rammarico.
“La gente non usa i mezzi pubblici, le biciclette, non va a piedi. Trascorre più tempo in quel maledetto abitacolo che con la famiglia ed ha la strana convinzione di poter far prima spostandosi in auto. Ti sembra normale parcheggiare in quel modo, tra l’altro?”

Un uomo che faceva capolino dal finestrino aspirò l'ultimo boccone di fumo, buttò via la sigaretta che emise un piccolo bagliore prima di spegnersi, e suonò il clacson convulsamente.
Un bambino, invece, lanciò via dei pezzetti di carta come fossero coriandoli, che si dileguarono fugaci nel cielo gonfio di nubi.

 “Guarda all’incrocio cosa accade.” Mi indirizzò lo sguardo, col pensiero.
C’era un’auto dietro i vigili urbani e su una corsia preferenziale; appena scattato il verde, l’uomo iniziò a colpire il volante come fosse un sacco da pugile. Gli uomini in divisa, visibilmente compiaciuti, spensero il motore e si avvicinarono, chiedendo i documenti.
“COME VI PERMETTETE?” Si ribellò.
I vigili, così, fecero notare che era in torto ma sembravano non riuscire a calmare l’ira dell’uomo. Il clou della scena, leggete bene perché è divertente, fu raggiunto con l’arrivo della polizia. Dopo essersi fatto quasi investire dalla volante urlò: “Dovete fare qualcosa perché vogliono farmi la multa”.
Insomma, alla fine il signore si beccò anche l’oltraggio a pubblico ufficiale e io, con ancora un sorriso amaro stampato sul volto, iniziai a camminare senza volerlo.
“Che diavolo?!”
Le mie gambe si muovevano da sole facendomi attraversare quello che trovavo sul cammino.
“Adesso viene il bello.”
Ero spinto da una forza che mi guidava come un giocattolo e che mi portò davanti un bar.
“Entra.”
Tuonò.
Le nuvole si fecero più inquietanti, cadde qualche goccia, che scivolò sulle lamiere delle auto, rigandole.
Non avevo scelta e così, entrai.
Non diedi molta importanza alla strana sensazione che mi colse non appena raggiunsi il locale.
La forte fragranza al caffè lo rendeva accogliente e mi fece pensare che anche ad occhi chiusi avrei capito si trattasse di un bar; ma ancora non sapevo che avevo un posto in prima fila per una ultima grande sorpresa.

“Che ci faccio qui? Non mi va un caffè!”
Dissi senza ottenere alcuna risposta.
Rifeci la domanda: niente.
Ero uno spettro in un folto gruppo di persone che attendevano il turno.
Cercai di alzarmi sulle punte dei piedi per scorgere qualche indizio sul perché fossi lì, ma ancora una volta: nulla.
Cavolo - pensai - posso attraversare la materia in qualità di fantasma! Così, dopo essermi concentrato lo feci. Il problema fu la sorpresa che mi si presentò: qualcosa che nemmeno nelle fantasie più egocentriche avrei mai potuto immaginare.

Fermi un momento e riavvolgo il nastro per chiarire un punto. Nel momento in cui sono stato catapultato in questa esperienza, a quanto pare, ho perso i miei ricordi. Non ho più avuto consapevolezza di me stesso, potendo solo osservare e riflettere.
Vi scrivo questo perché ciò che mi si parò davanti non era altro che me stesso.
Quello reale, insomma.

“Surreale” fu la prima parola che mi venne in mente e la sussurrai.
Incuriosito, mi avvicinai. Dopo aver gesticolato come un forsennato e scoperto un paio di punti neri sul naso, capii che lui o me, non so come dire, non avvertiva minimamente la mia, la sua o la nostra presenza.
Ero stato abbandonato a me stesso nel vero senso del termine.
“Buongiorno, prego!” Disse al cliente che venne in cassa.
“Un caffè.” Rispose con voce afona.
“80 centesimi, grazie!”
Una scenetta, questa, che si ripetette per innumerevoli volte. 
La gente entrava senza salutare, ringraziare o congedarsi con garbo; chiedeva con tono dittatoriale. Era mortificante perché nessuno avrebbe mai pensato quanto fosse brutto lavorare in un’atmosfera priva di emozioni.
La maleducazione, come un virus, si diffondeva e chi si salvava, accumulava odio; come un cane che si mordeva la coda.

Poi una luce.
Ancora un’altra.
Un flash.

Una terra devastata, rami secchi e scheletri. Un caldo insopportabile, talmente forte da far evaporare qualsiasi liquido. Non avevo consapevolezza del mio corpo dato il mio essere in quel momento evanescente ma percepì il calore; avvertì la sua presenza da un leggero bruciore.
Le case erano diroccate, in serie, crollate in angoli.
Persiane sbattute dal vento.
Increspature di vernice.
Ed un leggero sentore di: morte.
Un’insegna stradale con sfondo blu e arrugginita negli angoli, cadde sulla terra arida.
Recava l’iscrizione “Salento”.
In piccolo, in basso su quel cartello:
“Terra d’Otranto nata nel 2050”. 

Mi ritrassi come punto da un insetto, un dolore tremendo alla base del collo, conati di vomito.
Cecità.

Pensai di svenire.

“Beddhu”
Poi un’altra volta, ancora e ancora; in sequenza.
“Beddhu.. Beddhu.. Beddhu..”
A ben capire ero rimasto a fissare per un bel po’ l’immagine del piatto come un bambino estasiato di fronte a dei fuochi d’artificio. Ma quel momento era ormai terminato perché piombò il fatidico e preoccupato interrogativo della nonna:

“Beddhu miu nu te piace? Percè nu mangi?”

Ed è così che ebbe nuovamente luogo una ricorrenza celeberrima che accade una volta la settimana, per ogni settimana del mese, per ogni mese dell’anno, per ogni anno di un lustro e via dicendo e che fa parte della tradizione culinaria di intere generazioni salentine:

IL PRANZO DELLA DOMENICA.

Un pranzo che lasciava, per la prima volta, una grande preoccupazione.
E un disagio.
Per un futuro oscuro.

marcodemitri®

martedì 10 febbraio 2015

UN RACCONTO PER UN CONCORSO FANTASMA. [PAURA EH]

Quello che leggerete è un racconto scritto per un concorso della Provincia di Lecce. Un concorso dal titolo "La Provincia ti racconta."

Però veniamo nel dettaglio che è più divertente del racconto stesso. 

Marzo del 2013 La Provincia di Lecce ha indetto QUESTO concorso per aspiranti scrittori.


Come potete vedere dalla foto c'è tutto: gli obiettivi, l'età minima e massima e infine la data di scadenza.
Ci sono persino due moduli PDF cui scaricare il manifesto del progetto; insomma, una cosa seria.
Io, così, intenzionato a partecipare ho scritto una storia, l'ho corretta rispettando il numero di cartelle e battute, e l'ho consegnata per email alla biblioteca provinciale.
Ad Aprile.




Non avendo avuto più nessuna risposta per circa due mesi e superata quindi la fantamotatica data di premiazione, mi sono diretto all'ufficio relazioni col pubblico per saperne di più.

Mi indirizzarono sul sito internet. Ok. Lasciamo perdere. 

Dopo diversi mesi parlo con una persona che chiameremo MRX, il quale mi indica la via di un ufficio collegato con la provincia.
Paura, eh?!

Col cuore in gola, il vento ululante alle mie spalle, la luna piena.
Entro e spiego cosa è accaduto.
Mi dirottano in una stanza e lì, si mostrano gentili e premurosi quando mi rivelano che ancora non se ne sapeva nulla perché era stata spostata la data.
Colpo di scena.

Era stata spostata la data ma nessuno lo sapeva.
Dei partecipanti nessuno aveva avuto l'avviso.

La musica mi venne in aiuto.

"Mentre il cielo si schiarisce noi guarderemo stanotte che finisce il tempo va, 
passano le ore […] 
"Speriamo prima che l'estate sia finita il tempo va, passano le ore […]."

E poi il nulla, di nuovo.
Sono trascorsi ormai due anni.
Stando ad alcune voci questo progetto è stato cestinato.
Ora, era stata promessa una finale con i tre racconti migliori e tre premi: di mille, cinquecento e duecento cinquanta euro.
Due alternative mi vengono in mente come chiusa dell'articolo.

[Finale moralista]
So che la crisi economica è la prima scusa cui appigliarsi ma credo che qui non sia solo quello: è un malcostume diffuso in questo paese la promessa di qualcosa di non fattibile.
Ed è mortificante quando, chi ha il potere, promette all'umile.
Perché spesso capita che l'umile ci creda veramente.
Che il potere possa dargli una mano per realizzare i suoi sogni.

[Finale divertente e cattivo]



---------------------------------------------------------------

Ricapitoliamo.

QUI la video intervista a Simona Manca che illustra il progetto.
Queste le intenzioni della Provincia. 

[…]
Ai giovani lettori diamo la possibilità di esprimersi.
È un concorso a premi in danaro.
Politica di educazione alla lettura.
SOPRATTUTTO per i giovani. 
[…]

QUI il testo del concorso. 
QUI la pagina facebook. 

Tema del concorso è: racconta il Salento.
Brividi, lo so, ma ci ho voluto provare. 

Onde evitare ritorsioni e fare la fine di Saviano, guardate qui.



Peeeerfetto, dicevamo allora che ho scritto un racconto bellissimo e che adesso vi propongo. 
Spero vi piaccia. 

Buona lettura!

UN PRIMO PARTICOLARE 

L’esperienza più disturbante della mia vita ebbe inizio mentre fissavo la tavola imbandita a casa della nonna.
C’è molta più arte in un piatto di pasta fatta in casa che in un quadro di Dalì, pensai immaginando quel piatto prendere vita come in un musical: orecchiette giallo ocra vestite del grondante sugo rosso piccante e disposte in un conturbante ballo all’ombra di foglioline di verde basilico e, a rendere l’atmosfera più soft, una spolverata di bianco formaggio ricotta.
“Te l’ha mai dittu nisciunu ca nu se fissa?”
Alzai il sopracciglio destro, strabuzzai gli occhi e m’irrigidii.
“A tie sta dicu!”
Mi guardai intorno; poi fissai nuovamente il piatto avvicinando il viso e mi chiesi COSA STESSE ACCADENDO.
“La capita allora ca sta te parlu?”
“C–come è possibile?!”
“Suntu quiddhru ca se dice lu piattu te parla pe quantu è bonu!”
“…”
“Dai scherzava!”
“C–cosa vuoi da me?”
“Cu fazzu do chiacchiere: lu tiempu prima cu me mangi!”
“Non ho più fame, guarda.”
“Nu b’essere schizzinosu! Te ulia cu te dicu: pensa prima cu mangi!”
“Cioè?”
“Dha santa cristiana de nonnata m’ha creatu cu dh’amore ca nu se acchia chiu percè siti ormai attrezzati cu surgelati, mechidonalds, sushi. Mai pe iabbu!”
“Uao, un piatto fondamentalista che parla dei valori di una volta mi mancava.”
“Ce si difficile. Pensa ca ste orecchiette enenu de na ricetta semplice: acqua e farina…”
“Ascolta, non conosco bene il dialetto…”
“Madò sti giovani de osce! Vabbè, cercherò di parlare nu picchi in italiano. Sarò tipo Siri: ti guiderò in tre difficili situazioni della tua terra.”
Al che continuò a vibrare nell’aria solo quella voce mentre con mio sommo stupore il bianco iniziò ad inghiottire la scena.
“Immagina.”
“Puoi?” Risposi, circondato dal lucido candore del nulla.
“APRI LA CAPU, FESSA!”
“Ehi ma così mi ferisci!”

Mi ritrovai in un cielo azzurro; il sole era un astro bollente su un'immensa distesa di oceano verde e all’orizzonte si stagliava un campo di pale eoliche.
Ero stato teletrasportato: mi sentivo leggero, trasparente e pallido.
La strada sconnessa a tratti serpeggiava le campagne, le cicale frinivano e io vivevo un’esperienza extracorporea.
“Con la scusa del risparmio energetico stanno distruggendo la nostra terra. Lo sapevi che qui non crescerà più nulla?“
La situazione che si presentò ai miei occhi era impressionante; eliche che ruotavano imponenti con il tempo dettato dalle forti raffiche di vento.
“Dove siamo?”
“Sei in una delle tante campagne del Salento. Porzioni di terreno tolte ad agricoltori per costruire distese di fotovoltaico. Senti questo rumore?”
“Sì.”
“Sono le enormi pale eoliche: spaventano gli uccelli.”
Più in là l’indicazione turistica segnava “Masseria Papa”; nell’aria l’odore acre del gregge, per molti ma non per me, fastidioso.
“Basta così.” Irruppe.
Fui accecato da una serie di intensi bagliori ed ebbi la sensazione di cadere; le mie urla si dileguarono nell’estensione del vuoto. Poi qualcosa attutì l’atterraggio e aspettai un po’ prima che il frastuono nelle orecchie andasse via; ma non appena riaprii gli occhi capii quale sarebbe stato il mio nuovo scenario.
“Il traffico”. Esordì con tono cupo.
Non ci voleva; ero nella strada principale della città e tra fischi, urla e smog, la geometria andava a farsi benedire: il caos regnava sovrano.
“Conosco molto bene.” Risposi con rammarico.
“La gente non usa i mezzi pubblici, le biciclette, non va a piedi. Trascorre più tempo in quel maledetto abitacolo che con la famiglia ed ha la strana convinzione di poter far prima spostandosi in auto. Ti sembra normale parcheggiare in quel modo, tra l’altro?”

Un uomo che faceva capolino dal finestrino aspirò l'ultimo boccone di fumo, buttò via la sigaretta che emise un piccolo bagliore prima di spegnersi, e suonò il clacson convulsamente.
Un bambino, invece, lanciò via dei pezzetti di carta come fossero coriandoli.
È più facile spezzare un atomo che una mentalità, pensai aggrottando le sopracciglia.
“Guarda all’incrocio cosa accade.” Mi distrasse la voce.
C’era un’auto dietro i vigili urbani e su una corsia preferenziale; appena scattato il verde, l’uomo iniziò a strombazzare la volante. Gli uomini in divisa, visibilmente compiaciuti, spensero il motore e si avvicinarono, chiedendo i documenti.
“COME VI PERMETTETE?” Si ribellò.
I vigili, così, fecero notare che era in torto ma sembravano non riuscire a calmare l’ira dell’uomo. Il clou della scena, leggete bene perché è divertente, fu raggiunto con l’arrivo della polizia. Dopo essersi fatto quasi investire dalla volante urlò: “Dovete fare qualcosa perché vogliono farmi la multa”.
Insomma, alla fine il signore si beccò anche l’oltraggio a pubblico ufficiale e io, con ancora un sorriso amaro stampato sul volto, iniziai a camminare senza volerlo.
“Che diavolo?!”
Le mie gambe si muovevano da sole facendomi attraversare quello che trovavo sul cammino.
“Adesso viene il bello.”
Ero spinto da una forza che mi guidava come un giocattolo e che mi portò davanti un bar.
“Entra.” Tuonò.
Non avevo scelta e così, entrai.
Non diedi molta importanza alla strana sensazione che mi colse non appena raggiunsi il locale.
La forte fragranza al caffè lo rendeva accogliente e mi fece pensare che anche ad occhi chiusi avrei capito si trattasse di un bar; ma ancora non sapevo che avevo un posto in prima fila per una ultima grande sorpresa.

“Che ci faccio qui? Non mi va un caffè!” Dissi senza ottenere alcuna risposta.
Rifeci la domanda: niente.
Ero uno spettro in un folto gruppo di persone che attendevano il turno.
Cercai di alzarmi sulle punte dei piedi per scorgere qualche indizio sul perché fossi li, ma ancora una volta: nulla.
Cavolo - pensai - posso attraversare la materia in qualità di fantasma! Così, dopo essermi concentrato lo feci. Il problema fu la sorpresa che mi si presentò: qualcosa che nemmeno nelle fantasie più egocentriche avrei mai potuto immaginare.

Fermi un momento e riavvolgo il nastro per chiarire un punto. Nel momento in cui sono stato catapultato in questa esperienza, a quanto pare, ho perso i miei ricordi. Non ho più avuto consapevolezza di me stesso, potendo solo osservare e riflettere.
Vi scrivo questo perché ciò che mi si parò davanti non era altro che me stesso.
Quello reale, insomma.

Surreale fu la prima parola che mi venne in mente.
Incuriosito, mi avvicinai. Dopo aver gesticolato come un forsennato e scoperto un paio di punti neri sul naso, capii che lui o me, non so come dire, non avvertiva minimamente la mia, la sua o la nostra presenza.
Ero stato abbandonato a me stesso nel vero senso del termine.
“Buongiorno, prego!” Disse al cliente che venne in cassa.
“Un caffè.” Rispose con voce afona.
“80 centesimi, grazie!”
Una scenetta, questa, che si ripetette per innumerevoli volte. 
La gente entrava senza salutare, ringraziare o congedarsi con garbo; chiedeva con tono dittatoriale. Era mortificante perché nessuno avrebbe mai pensato quanto fosse brutto lavorare in un’atmosfera priva di emozioni.
La maleducazione, come un virus, si diffondeva e chi si salvava, accumulava odio; come un cane che si mordeva la coda.

Ancora una volta scoraggiato mi misi a riflettere: siamo Salentini non pugliesi, ma quanto questo modo di pensare ci ha reso superficiali dando per scontato che il posto dove siamo nati sarà per sempre così meraviglioso, come se vivessimo in un Eden. Invece dovremmo curare ogni giorno questa valle perfetta, preservandone così la nostra integrità psichica e morale.
Il tempo come si sa è cinico, spazza il vecchio per far posto al nuovo e allora quale futuro ci attende se non rinunciamo ai compromessi malavitosi per deturpare le campagne? Come faremo ad invecchiare bene se trascorreremo più tempo ad odiarci perchè nessuno rispetta il prossimo?
Siamo tutti prodotti del nostro ambiente e non abbiamo bisogno di estraniarci dalla realtà con l'arte o con la droga perché basta semplicemente trascorrere una giornata ad osservare la gente: questo fu il riassunto della mia esperienza.
Tutt’un tratto avvertii freddo e mentre pensavo cosa fare per uscir fuori da questo strano viaggio, qualcuno mi chiamò con tono preoccupato.
“Beddhu”
Poi un’altra volta, ancora e ancora; in sequenza.
“Beddhu.. Beddhu.. Beddhu..”
A ben capire ero rimasto a fissare per un bel po’ l’immagine del piatto come un bambino estasiato di fronte a dei fuochi d’artificio. Ma quel momento era ormai terminato perché piombò, come un tuono, il fatidico e preoccupato interrogativo della nonna:

“Beddhu miu nu te piace? Percè nu mangi?”

Ed è così che ebbe nuovamente luogo una ricorrenza celeberrima che accade una volta la settimana, per ogni settimana del mese, per ogni mese dell’anno, per ogni anno di un lustro e via dicendo e che fa parte della tradizione culinaria di intere generazioni salentine:

IL PRANZO DELLA DOMENICA.

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