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giovedì 12 febbraio 2015

SOTTOMISSIONE [RECENSIONE LIBRI]

Che ci voglia un qualcosa di più del semplicistico concetto "Islam cattivo ed Occidente buono" è ormai scontato. Basta guardare i telegiornali per capire quanta difficoltà ci vuole per riuscire a trovare qualcosa di imparziale. 
Che non punti il dito verso il musulmano.
E figuriamoci in letteratura, in questo mondo di menti poco propense al ragionamento profondo, quanto brillante debba essere una trama di geopolitica.
Menomale che ci pensa Michel Houellebecq con il nuovo Sottomissione a smuovere le acque: trasformando la Francia in un nuovo Islam. 
Come se non gli fosse stato sufficiente dichiarare "La religione più stupida è l'islam".
Uscito il giorno della strage a Charlie Hebdo il libro edito in Italia da Bompiani in una copertina rossa fiammante, racconta del verosimile, plausibile mondo di François, professore annoiato e depresso in una Parigi prossima ad un cambiamento epocale: l'elezione di un capo di stato Musulmano. 
Si capisce dunque fin da subito con quanta mestizia sia riuscito lo scrittore, provocatore patentato, a imbastire un nuovo brillante dibattito.
Eppure imperterrito continua a battere il chiodo nel campo che più lo ha consacrato ad intellettuale dissacrante. 



Parigi, 2017.
Studioso di Huysmans, François insegna alla Sorbona, roccaforte della cultura francese, trascorrendo la sua esistenza in una monotonia e una depressione al cui lento soccombere si alternano i pochi attimi di piacere esplosi nel sesso. 

"[…] il passato è sempre bello, lo è anche il futuro. A far male è solo il presente, che portiamo con noi come un ascesso di sofferenza che ci accompagna tra due infiniti di quieta felicità."

Narrato dall'Io narrante di François, il romanzo procede lineare, senza particolari colpi di scena. I momenti più rappresentativi dell'opera sono racchiusi nelle descrizioni della morbosa curiosità nel provare piatti tipici di altre culture; è difatti arricchita la storia di momenti grotteschi in cui ci si sofferma sulla descrizione di essi. Come fossimo in un film Eric Rohmer. 
Ma Houellebecq si muove agile tramite uno pseudo alter ego goffo, in un mondo dilaniato dalla paura e dalla crisi di valori. È questa, per lo scrittore, la critica severa: l'approdo dell'islam è da collegare alla fiacchezza dell'eurocentrismo, alla secolarizzazione del cattolicesimo. Il relativismo ha prodotto una giustificazione della disuguaglianza nella uguaglianza, ha colpito l'entusiasmo dei giovani, indebolendoli. E così, senza alcun valore, senza alcun credo per cui combattere, hanno scelto di arruolarsi nelle schiere di una religione di combattenti. 
Si è in presenza di un cinismo e un grottesco materialismo che altro non fanno se non celebrare, rafforzandola, la critica alla civiltà occidentale. In una costruzione letteraria più volte vicina al saggio più che al romanzo. 
Scivola via, così, da una atmosfera grigia, da catastrofe imminente, ad una più solare e accesa nel finale; dove François raggiunge l'epifania con una pratica sessuale controversa, che lo porta ad una nuova visione della vita. E della fede. 
Una storia disillusa, raccontata con fermezza permette di procedere spediti in questa avventura, riflettendo sul sesso, la cucina e la depressione. 
"Non avevo alcun progetto, alcuna destinazione precisa; solo la sensazione, molto vaga, che mi convenisse dirigermi verso il Sud-Ovest; che se in Francia fosse scoppiata la guerra civile, ci avrebbe messo un po' prima di arrivare nel Sud-Ovest. A dire il vero non sapevo quasi niente del Sud-Ovest, a parte che è una regione dove si mangia confit d'anatra; e il confit d'anatra mi sembrava poco compatibile con la guerra ciivile!”

Forse i più affezionati a quel manierismo stilistico dei precedenti lavori lo troveranno fin troppo commerciale ma è sempre un piacere leggerlo.
Oltre che una esperienza.

marcodemitri®

mercoledì 4 giugno 2014

Lui è tornato [Recensione]

"Lui è tornato" tuona il titolo sullo sfondo bianco della copertina del libro. 
La posizione delle lettere è poco sotto un ciuffo di capelli emo ad insinuare l'immagine dei baffi. 
È il volto di Adolf Hitler quello richiamato.
Perché “Er ist wieder da” è il romanzo d’esordio di Timur Vermes, diventato un best seller nel 2012, che, con un approccio stilistico e narrativo pop, cerca di superare il tabù tedesco: è possibile ridere del führer?



La storia inizia quando Adolf si risveglia in un campo d’erba dove dei bambini giocano a pallone e spaesato chiede cosa è accaduto.
È il 2011 e scopre con sgomento di essersi salvato dalla seconda guerra mondiale e di poter rivivere una nuova epoca. 
Integerrimo dall'inizio alla fine, gridando forte il suo nome e continuando la battaglia per la Germania, attira le attenzioni di un giornalaio.
Che impietosito della sua situazione, gli consente di dormire in edicola. Fino a quando altre persone lo incontrano, tra cui Sensenbrink che trova la geniale idea di concedergli uno spazio televisivo. 
Da quel momento in poi per l'ex führer inizia una nuova vita.
Da comico. 

Nell'era dell'eccesso, del voyeurismo e del cinismo alternativo l'idea di scrivere un libro impersonando Adolf Hitler non è poi così estrema. De Sade, per quanto sempre attuale, ha ormai ceduto la frusta a youporn per dettare nuove linee di depravazione.
Ma in una realtà digitalizzata e nella quale attraverso i social network si può dire tutto e il contrario di tutto e non ci si stupisce più di nulla: quale terreno più fertile per riproporre Adolf Hitler?
Ed è chiaro l’ammonimento sul relativismo delle opinioni il quale non fissando alcun concetto chiave per l'interpretazione del bene e del male può giungere ad estreme conseguenze: la riabilitazione del führer, in questo caso.

L’autore ne è consapevole e con un sapiente uso di escamotage narrativi cari alla comicità pirandelliana, costruisce la finzione del cosa potrebbe accadere se ritornasse e come utilizzerebbe la ipervelocità e la bulimia della nuova comunicazione di massa.
Adolf Hitler è dunque il protagonista e il lettore si immedesima nel suo personaggio e cresce insieme le vicende narrata. L’effetto è vertiginoso e stordente perché difficilmente ci si trova a proprio nei panni di un genocida.
Ma "Lui è tornato" è anche un romanzo che non funziona come dovrebbe.
Per renderlo commercialmente appetibile e per non screditare la sua professionalità l’autore edulcora la cattiveria potenziale dell’opera.
Nessuno potrà mai dire cosa pensasse il dittatore tedesco, quale fossero i suoi pensieri, ma nel rapporto con ciò che ha commesso appare debole e limitato nella caratterizzazione perché fin troppo buono.  

Come conseguenza il racconto assume tratti cartooneschi e sembra di vedere una puntata dei Simpsons.
Ma non di South Park perché è già fin troppo cattivo. 

marcodemitri®

venerdì 7 febbraio 2014

Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler [Recensione]



"Sono Max Fontana, ho un mucchio di soldi, e quando hai i soldi una soluzione c'è sempre, e quando sei Max Fontana qualsiasi soluzione diventa un'opera d'arte.
Niente può andarmi male.
Niente."

Questo è uno dei numerosi ritratti di Max Fontana, protagonista dell'ultimo romanzo di Massimiliano Parente: il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler. 
Dopo aver chirurgicamente annientato la letteratura nel precedente L'Inumano, in quest'ultimo sembra voler continuare con la stessa corrosività quell'idea di realtà in cui "l’annientamento volontario di ogni vita sulla terra sarebbe […] la più grande opera d’arte e di pensiero dell’umanità"

Il romanzo narra la storia di Max Fontana, un uomo come tanti che come tanti aspira a diventare un artista. Ma dopo aver provato in tutti i modi, scoraggiato, sceglie la via del suicidio per fuggire dal mondo incapace di comprendere i veri talenti.
Bisogna trovarsi nel posto giusto al momento giusto e Max, prima di porre fine alla sua vita, ha una idea illuminante: eiaucalare su "l'origine del mondo" di Coubert.
Ed è da quel momento, dopo esser stato osteggiato dai critici di destra e di sinistra, i genitori e il mondo dello spettacolo, verrà, invece, riconosciuto un genio artistico.
Quel gesto che, inconsapevole e più uno sfogo, diventa il passo decisivo per diventare un qualcuno.
Con le inesorabili conseguenze, ovviamente.


"Vi avviso: l'unica cosa che non racconterò mai nella mia autobiografia è la mia infanzia, né la mia adolescenza, né tutto quanto è avvenuto prima che diventassi il più grande artista del mondo perché chissenefrega. Non frega niente a me, figuriamoci agli altri."


Controverso e feroce fin dal titolo, l'artista più grande del mondo è una scusa per Parente di farsi beffe del mondo dell'arte, accusandolo di superficialità e vuotezza.

"Quando l'arte ha un fine esterno all'arte, soprattutto quando ha un fine non distruttivo ma costruttivo, quando vuole sensibilizzare o educare, è sempre una cagata", sentenzia il protagonista. 

Una storia originale raccontata in maniera convenzionale e attraverso una scrittura che brucia, urtica, ti fa ridere. Perchè appena leggi le sensazioni, le crudeltà con cui Max deride il mondo, hai subito la sensazione di un qualcosa di grande, di orrendo e al tempo stesso: illuminante.
È la scrittura di un personaggio grande nella sua dimensione di inutile essere umano; la parabola disegnata durante il racconto è quella di un uomo alla ricerca dello scandalo per dare un senso alla sua vita.

Non è un mediocre che cerca di diventare il migliore nel suo campo, no, è già consapevole di essere il più grande artista del mondo. 

Diviso in tre parti - l'origine del mondo, il più grande artista del mondo e la fine del mondo - il libro è un viaggio senza troppi artifici che permette al Parente scrittore di immedesimarsi, come in una seduta psicoanalitica, nel suo personaggio, Max Fontana: il carattere autobiografico dell'opera funziona da transfert, in poche parole. In esso vomita le frustrazioni della cultura media italiana - e non solo - in un concentrato di brillanti e appassionanti invettive. Ma lo scrittore riesce ad evitare di cadere nella trappola del romanzo - denuncia, grazie ad una narrazione a volte ironica altre satirica, veloce e accattivante, e ad un personaggio cattivo ma dannatamente umano, costruito a sua immagine e somiglianza, coerente con se stesso.
Si perde - non completamente - il carattere barocco de L'Inumano e Contronatura ad appannaggio, però, di una scrittura più lucida e veloce.

La suggestiva caratterizzazione fisica e mentale di Max ci permette di abituarci fin da subito. Veste eccentrico, con un taglio spettinato alla Joker di Burton e guarda serie tv. Gli unici sentimenti d'amore, puro e incondizionato, li dimostra per un primate, sua compagna di vita. I suoi pensieri sono grotteschi e intrisi di humor nero. Altra caratteristica del romanzo è la descrizione dettagliata e sopra le righe - mica tanto - del mondo dello spettacolo: ci sono le soubrette dalle facce ipocrite, i talk show, e c'è quel retrogusto stantio, di autocommiserazione del pubblico medio italiano.
L'odio viscerale di Max contro il giornalismo è lo stesso che Parente accusa come una costruzione fallace basata sulle opinioni 

"[...] La verità è che non me ne è mai importato niente di sentire le opinioni degli altri in un'epoca in cui bisogna rispettare le opinioni, mah, io gli taglierei la lingua alla gente piuttosto che sentirla esprimere le sue opinioni, io metterei la pena di morte sulle opinioni, figuriamoci pagare dei giornali perché ci dicano la loro opinione, che è solo l'espressione del giornale per cui scrivono, tra l'altro."

Terminata la lettura vi resta da confrontare un Leopardi qualsiasi con un dipinto e pensare a quanto sia la letteratura la forma d'arte più grande di tutti i tempi.
Perché l'unico modo che ha Max di salvarsi dal suo stesso personaggio è la scrittura.
L'autobiografia del più grande artista di tutti i tempi.

Appunto.



marcodemitri®

mercoledì 8 gennaio 2014

The Juliette Society di Sasha Grey [Recensione]

Brillante, disinibita ma per alcuni solo un prodotto del marketing, la discussa Sasha Grey imbocca la strada della scrittura con The Juliette Society, suo esordio letterario.



"Prima di cominciare chiariamoci.
[...]
Non scandalizzatevi di quanto leggerete in queste pagine".

Ora, parlare di Marina Ann Hantzis, così all'anagrafe, fa venire un rossore da vergogna in viso perchè nell'immaginario collettivo il suo è un nome collegato all'ambiente del porno; una ex pornostar che a ventiduenni ha già un curriculum lungo quanto quello di Jenna Jamenson.

L'interesse del lettore comune verso la sua narrativa è sicuramente dovuto alla fama del personaggio Sasha Grey ma c'è anche un motivo ben più profondo che potrebbe invitare all'acquisto ed è il desiderio di conoscere come abbia messo in pratica le suggestioni prodotte dalla carriera da pornostar.

Edito da Rizzoli per la collana Controtempo, il romanzo racconta di Catherine, bella e sensuale, e della scoperta di un sesso violento, sadico e surreale; ad accompagnarla come il bianco coniglio in Alice nel Paese delle Meraviglie, la libidinosa Anna, amica fidata. Il rapporto tra entrambe è paritetico e a metà lettura si ha la sensazione di un personaggio solo invece di due, in una ambivalenza, sono opposti complementari. In questo è stato reso complice sicuramente l'influenza della filosofia del doppio di Fight Club, libro preferito dall'autrice come da lei più volte dichiarato.

Sebbene non si tratta di una lettura impegnativa, la sua è una opera contornata da una miriade di citazioni e riferimenti cinematografici e con una attenta e interessante descrizione dell'atto sessuale.
È un ritratto crudo con piccole estensioni romantiche quello descritto.

In The Juliette Society, difatti, confluiscono principalmente le influenze del Marchese de Sade, evidenti fin dal titolo. Non solo. Sono numerosi i richiami al cinema di Orson Welles, Alfred Hitchcock, Jean - Luc Godard ma anche Bunuel e Stanley Kubrick. In questo modo l'autrice punta a crerare un doppio binario in cui la scena descritta è proiettata anche visivamente nella mente del lettore, in un tentativo alternativo di renderlo partecipare attivamente. Inoltre è consapevole di non avere la verve di Bret Easton Ellis ma riesce a sfruttare il fascino piccante del suo personaggio e andare oltre il semplicistico concetto del racconto scandalo.
Intraprende così una esplorazione della femminilità, in tutte le sfaccettature più riprovevoli, senza timore di risultare irrispettosa, la giovane autrice mette in scena un racconto personale, intimo, con un contorno di personaggi ben caratterizzati nelle loro peculiarità. Il ritmo è dettato dalla routine di Catherine ed è ben costruito; si ha la sensazione di vestirne completamente i panni in giro per il suo micromondo sino l'entrata nella Juliett Society.
Che non è dei "[...] Massoni, del club Bilderbergm del Bohemien nè di tutte quelle altre denominazioni rifritte dietro le quali si nascondono gli interessi commerciali di ingenue combriccole da teoria della cospirazione". Strizza l'occhio quindi all'immagine evocata dai teorici dei complotti e da quel substrato pop che desta particolare fermento tra gli internauti.

L'erotismo del romanzo suscita l'immediato confronto con Cinquanta Sfumature di Grigio, scongiurato da una ricerca stilistica ed espositiva volta a far esplodere l'apparente banale pornografia, portando avanti l'idea di un sesso in cui la dominazione è più di un elemento intrinseco dell'amore: è conquista della libertà sessuale, è il volto autentico della femminilità nascosto dal perbenismo e dal timore di infrangere la dura legge della morale comune.

Nell'insieme una brillante prova quella della Grey, che le permette di reinventarsi con stile e allontanare il cliché del prodotto di successo perchè di un personaggio famoso.

marcodemitri®

giovedì 31 ottobre 2013

Le Avventure di Gunther Brodolini [Recensione]

Nel 1996 per capire che libro comprare dovevi andare in libreria, e spulciando i titoli sulle mensole, i più polverosi erano i migliori. Oggi, invece, su internet, tra video porno amatoriali, Selvaggia Lucarelli e un tizio popup che ti spiega con r moscia come fare soldi, è molto più semplice: basta leggere i link sui social network. Tra l'altro il metodo preferito dai voyeristi e il mio anche, dato che vivo vicino Lampedusa.
Le Avventure di Gunther Bradolini l'ho scovato così, per caso, ed è stato forse un bene perchè gli ha donato fascino, curiosità e l'ilarità tipica delle barzellette sugli ebrei.

Tipo questa:

"Piccola quanti anni hai?"
"Domani ne compio 8!"
"Nono, mi spiace, domani proprio no", risponde Hitler sghignazzando.

Non fa tanto ridere a meno che non siate Priebke, però serve per introdurvi il mondo descritto da Alessandro Gori, un simpatico tizio che cura un blog dal nome altrettanto simpatico Lo Sgargabonzi

Mi sono scandalizzato.
E non scherzo.



Non per fare l'hipster ma in vita mia ho letto molti libri. Alcuni osceni lo erano veramente, altri, come questo, solo per diletto. Leggere delle avventure di Gunther mi ha lasciato basito, stupefato, spaventato. Perchè si tratta di una storia che non ha come presupposto "lo scandalo", ma divertire, dando per scontato, che quel mondo descritto esista veramente. È come se il lettore fosse messo in una posizione di consapevolezza e guidato, da un personaggio spensierato e sorridente.
Ci riesce, Gori, riempiendo le pagine di marche, descrizioni veloci e puntuali, personaggi che nella loro finzione sono credibili.

Con gli occhi di un bambino, feroce, crudele, ingenuo e stronzo, si costruisce un mondo popolato da personaggi schizzati, mostruosi e pederasti. Nella sua crudeltà, l'osceno diverte, soprattutto quando il piccolo protagonista interagisce con la realtà che lo circonda: un campo di concentramento scambiato per un agriturismo, una bambina bella solo perché ha un tumore bello e Gesù che compare e scompare come un elemosinante rom.

In poche parole, Gunther è così tenero che potrebbe convincervi che l'incesto è un bel gesto d'amore.

marcodemitri®

QUI per acquistarlo su Amazon.

martedì 17 settembre 2013

Contronatura di Massimiliano Parente [Recensione]

Terminata la lettura di un'opera simile devi prenderti del tempo, per rilassarti, tirare un sospiro di sollievo e pensare che l'autore è ancora in vita. Perchè un libro del genere, che non può essere circoscritto alla semplicistica definizione di romanzo e quindi di fantasia, ti strappa le palpebre e ti lascia con l'amaro sentimento del "è proprio vero". È quello che vivi ogni giorno, che pensi, annusi, insulti, defechi e sorridi: è quella condizione umana di lucida follia che chiamiamo realtà. E se c'è qualcuno che sembra aver capito tutto è proprio Massimiliano Parente.



Non ha da dire molto la trama, che narra le vicende di Massimiliano Parente - una versione più introverso dello stesso de L'Inumano - . È un critico d'arte che recensisce alluci per una sua rubrica "le allucinate". Ammaliato da una donna del mondo dello spettacolo, Nike Porcella, la segue ovunque. Nelle sue riflessioni, sensazionalistiche e moraliste, emerge il substrato perverso e osceno di quel mondo, come lava in una colata distruttiva. La narrazione tra un capitolo e l'altro è intervallata dalle lettere di una ammiratrice, apparentemente ossessionata del protagonista, in un vortice di follia e depravazione. Nel finale, poi, una rivelazione scioccante.
Potrei trascorrere il tempo a riportare le citazioni degne di attenzione ma sarebbe sprecato perché durerebbero tutte le 516 pagine. La scrittura di Parente è urticante, libertaria, di un uomo che osserva la realtà con disincanto ed estrema razionalizzazione. L'autore, scrittore e uomo, gioca, provoca, giudica per essere giudicato. Lancia strali feroci e non da il tempo di rispondere che subito motiva le sue provocazioni. Non lascia scampo a nessuno: animalisti, vegetariani, pacifisti e filo musulmani. E così scrivere una recensione o commentare Contronatura è un lavoro complesso perchè richiede una freddezza espositiva e un disincanto dalla miriade di frasi ad effetto che l'autore intesse. Non si capisce quale sia la sottile linea che separa l'uomo Parente dallo scrittore Parente. Nessuna, forse, come un altro suo libro. Anche se a me pare più un'esperienza da sollevamento del velo di Maya, scoprendo la realtà e le bugie che si celano dietro le persone chiamate uomini e donne. Come mi era già successo leggendo L'Inumano, ho avuto una epifania. Ma mentre nel primo lo scrittore si dedica maggiormente ad un versione della sua realtà, più elegante, in Contronatura le parole sono riversate armonicamente in una caduta. È sentire l'adrenalina rilasciata dalle ghiandole surrenali entrarti in circolo e velocizzare il battito cardiaco.
Non hai speranze di salvarti. Sei già finito. E distrutto. E morto. E annientato nel vuoto cosmico della letteratura.
È straordinario anche il tempo del racconto. Non abbiamo alcuna certezza sul tempo, quello che si intuisce è che si tratta di un futuro. Non poi così lontano. La televisione domina le nostre vite, decidendo quali emozioni provare e come comportarci. Siamo schiavi di una grande struttura mediatica che vive delle nostre vite. E noi la lasciamo fare. Il protagonista è l'unico che pare illuminarci sulla condizione di soggezione. L'ateismo estremo e il sesso sfrenato, osceno e disgustoso si incrociano in un turbinio di parole in riga che esplodono. Si legge di tutto, dal sesso con minori ad un capitolo, splendido, sulla coprofagia; dalla descrizione, l'incipit, del peccato di gola ad una visione sublime sul tempo. Per concludere, poi, con un rigetto della procreazione, tema caro all'autore. E a leggere "più si invecchia più si rimpiange il passato che è davanti. Nel futuro di ogni uomo ci sono i giorni già vissuti, non quelli a venire, perchè il tempo è al contrario. L'infanzia è l'origine e la fine, ciò che non avremo mai più e non abbiamo mai avuto. Al termine della vita resta il ricordo id un bambino felice perchè ancora non sapeva, un bambino che credeva di esistere" o una delle mie preferite 'La felicità non é sapere ma poter continuare a ignorare beatamente. Considerare l'amore come una cosa seria é confondere la casualità con la causalità. Ci si innamora perché ci si vuole innamorare, perchè si ha bisogno di sentire l'amore sentendo, prima ancora dell'oggetto amato, ció che noi stessi vi proiettiamo dentro, e subito dopo poter scampare alla morte dicendo per sempre' si resta li a leggerle e rileggere, per ore, e riflettere su cosa possa significare nella tua vita.

Se, dunque, la la materia biologica è destinata alla dissoluzione, ogni immortalità anche dell'opera è puramente illusoria.
Da venerare, quasi.
Compratelo.

marcodemitri®