martedì 23 aprile 2013

Oblivion [Recensione]



Il lavoro del talentuoso regista Joseph Kosinski, giovane scoperta di David Fincher e già autore ritorno in scena di Tron, giunge in un contesto ormai votato alla canonizzazione del fumetto come principale opera d’arte ispiratrice del nuovo cinema.

L’invasione di una razza aliena, gli Scavengers, ha causato la quasi estinzione della razza umana. Jack Harper (Tom Cruise) è uno dei pochi sopravvissuti che lavora col partner Victoria. Il loro lavoro consiste nel trovare ed eliminare gli ultimi Scavengers e garantire l’integrità degli Hydro Rigs: imponenti costruzioni che succhiano l’acqua dal terreno per creare una nuova energia. Sono guidati dalle direttive di Sally (Melissa Leo), comandante in capo che dimora nel Tet, un’immensa colonia spaziale intorno la terra; in essa risiedono gli umani sopravvissuti che non si sono ancora trasferiti su Titano, pianeta eletto futura sede della razza umana.
Il mistero che avvolge la vita sul pianeta inizierà a sciogliersi quando Jack troverà dei corpi crioconservati; tra cui quello di una donna.

Una fusione di diverse opere fantascientifiche in una cornice visivamente splendida e che-fa-molto-fumetto, suggestionate poi, da una colonna sonora straordinariaria: Oblivion è il risultato di una scelta narrativa semplice. In un contorno post apocalittico – che con la Corea del Nord minacciosa va sempre bene – e con un continuo omaggiare – plagiare - i classici, la storia di Jack Harper procede tra sbadigli e sgambetti dello script.
È un film che sa di già visto e che non riesce a proporre nulla di nuovo; è insipido e freddo.
Ma le atmosfere, davvero ben fatte, sembrano essere quelle di Wall E: Jack è un solitario che per la prima parte introduce il suo personaggio, infarcendolo anche di luoghi comuni per creare un aggancio tra pubblico e realtà. Come nelle più classiche delle letture fantascientifiche, anche qui, si possono percepire i temi sociali e la crisi di essi.
La storia fu prima scritta per una graphic novel e poi riproposta in chiave cinematografica; ed è infatti evidente la serializzazione fumettosa degli avvenimenti votata ad un colpo di scena centrale – non del tutto inaspettato – e un finale intuibile.

Vari sono persino i riferimenti al mondo videolutico; dimostrando che il cinema non è più il primo punto di riferimento artistico giovanile perche sembra in parte arresosi ad una generazione sempre più desiderosa di esperienze sensazionali. 

marcodemitri®

lunedì 15 aprile 2013

Benvenuto Presidente! [Recensione]





Nel clima tutto italiano di osteggiata superiorità culturale da bar mista ad un bieco qualunquismo, una pellicola come Benvenuto Presidente! calza a pennello; è intrisa di quel fastidioso buonismo che funziona nonostante la patina di leggerezza che l'avvolge. 

In una situazione di stallo istituzionale e di magna magna dei soliti politici di corte, viene scelto come Presidente della Repubblica, per un errore, un precario impiegato nella biblioteca del paese: Giuseppe Garibaldi (Claudio Bisio). Trovandosi in una realtà troppo grande per lui, il protagonista è intento in un primo momento a rinunciare all'incarico; ma solo dopo aver constatato quanta presunzione e arroganza imperversa nel sistema, deciderà di continuare il suo mandato. E si alterneranno diversi imbarazzi perchè troppo inesperto e popolano per poter fungere da così alta carica dello Stato. 
Ristabilito il suo prestigio, almeno in parte, a lui spetterà il difficile compito di rimettere in sesto una politica ormai ridotta ad una commedia dell'assurdo. 

Claudo Bisio, che non ha mai smesso di vestire i panni del giullare di Zelig, regala una interpretazione simpatica e godibile per un film che è a metà strada tra una semplicistica riproduzione delle chiacchiere di piazza ed un'opera che vuole avere personalità. Ritroviamo Kasia Smutniak intenta a vestire i panni di una frigida assistente del Presidente e che non ci risparmia un momento, ahimè, di inutile romanticismo. A completare il quadro degli attori più importanti anche un particolare Beppe Fiorello. 
Alla regia Riccardo Milani, già noto per fiction quali Tutti Pazzi per Amore, mentre alla sceneggiatura Fabio Bonifacci, conosciuto per una serie di commedie italiane di successo (Benvenuti al Sud, Il Principe Abusivo).

È un prodotto che dipinge il malcontento popolare della nostra penisola in un godibile quadretto parodistico; infarcendolo, poi, di tutti gli elementi che caratterizzano un film destinato ad un pubblico vasto, come la riproduzione schematica degli antagonisti, le gag che sanno di già visto e una storia che ha dell'inverosimile e raccontata con leggerezza.
Non è un film di spessore tantomeno un documentario; la politica è raccontata con una semplicità disarmante e a volte si ha difficoltà persino a capire se si cerca di colpire lo spettatore con una subdola ingenuità di fondo. 
Ma tutto sommato, va bene. 
Siamo ben lontani dai tempi dei film di grande denuncia sociale di Pasolini e De Sica che, anche se complessi, erano ben capiti e apprezzati dal pubblico. 

Una pellicola, dunque, che diverte ma che non va oltre il solito cliché dell'italiano medio che sbraita contro i politici mentre guarda Barbara D'Urso.

marcodemitri®

venerdì 5 aprile 2013

Bullet To The Head - Jimmi Bobo [Recensione]






La cosa bella del 2013 è che ritornano vecchie primedonne del passato, che hanno in parte vivacizzato la mia infanzia e entusiasmato con i loro film duri e maschi: parlo di Schwarzenegger e Stallone.
E con gli occhi lucidi e un continuo zittire chi mi dava dell'illuso perchè un film del genere potesse essere bello, ho visto Bullet To The Head.

Jimmy Bobo (Sylvester Stallone) è un sicario a cui uccidono il compagno d'affari. Per scoprire la verità dovrà allearsi con un poliziotto (Sung Kang) , rimasto solo dopo che gli stessi malavitosi gli hanno assassinato il partner della sua pattuglia.
Ma tra corrotti e ricchi uomini d'affari, la strada sarà tortuosa.

Di solito il film d'Azione è il genere che più di ogni altro si presta ad una superficiale visione; perchè è quello che si va a vedere per rilassarsi, spegnere il cervello e di conseguenza non frega molto se sia cervellotico e ben costruito, tanto resterà sempre un film relegato ai gradini più bassi del giudizio soggettivo.
E invece no.
Come qualsiasi altra categoria cinematografica, esso dev'essere giudicata nel merito; come in questo caso.
Uno vede il poster, legge gli interpreti, si ricorda di Rocky e spara: questo film sarà-di-mazzate. Niente di più sbagliato.
O meglio: non del tutto errato il ragionamento.
Partiamo dal regista: Walter Hill.
I Guerrieri della Notte, 48 Ore, Danko, sono i titoli che in molti ricorderanno. Film infarciti di sano maschilismo, botte da orbi, e una leggera ironia truce a metà strada tra un cinema d'impatto e uno da risse da bar.
Un cinema, il suo, poco colorato e molto greve: un classico dell'Azione anni '80 - '90.
E poi c'è Sylvester Stallone, un attore che non ha bisogno di presentazioni dato il suo lungo curriculum tra interpretazioni e regie memorabile e altre dimenticabili. Stavolta lavora in coppia con l'ormai navigato attore sud coreano Sung Kang (Fast&Furious, The Shield, CSI, Ninja Assassin).
Sullo sfondo i villains rappresentati da Slater, Mr Eko di Lost (Adewale Akinnuoye-Agbaje) e infine un irriconoscibile Jason Momoa (Game of Thrones).
Cos'è, dunque, Bullet to the Head tradotto simpaticamente in Jimmi Bobo?
Una pellicola ad alto tasso di testosterone con battute taglienti e una regia svogliata; un tentativo di riportare quelle scazzottate livide di una volta.
Ma senza riuscirci.
Quello che resta infatti, è solo un filmetto simpatico, con uno Stallone divertente ma malinconico e una resa da serie televisiva.
Un produzione ispirata dal fumetto francese Du plomb dans la tête di Nolent che perde nella resa visiva.
Un vero peccato perchè si inizia bene e si finisce male; accellerando a ripetizione la trama e regalandoci solo nel finale un combattimento a colpi di asce molto interessante.
Carina la colonna sonora e molto scarna la fotografia, sicuramente dovuta ai limiti del budget.

marcodemitri®