sabato 18 maggio 2013

La Casa 2013 [Recensione e Analisi dell'Horror di Sam Raimi]


La Casa 2013

- Lo chalet preferito da Sam Raimi ritorna in un moderno e uruguagio arredamento -


È tarda sera e sono solo in casa.
La luce dello schermo tampona il buio con un soffice alone giallo ocra.

“Stanotte morirete tutti!”
Urla il demone alla TV.

Improvvisamente uno sbuffo di vento entra prepotente dalla finestra socchiusa e mi convince ad indossare qualcosa di più pesante oltre a chiudere le ante.
Devo attraversare un tratto del corridoio per prendere un maglione dall’armadio e premo l’interruttore per fuggire via dalle tenebre; ma un fulmineo bagliore mi avvisa che la lampadina è fulminata, costringendomi a camminare ad intuito.
Quasi ad occhi chiusi.
La pupilla si dilata per espandere il campo visivo, l’udito s’ipersensibilizza e l’ansia pervade il mio corpo in un fremito repentino.
Qualsiasi impercettibile suono diventa un frastuono.
Ogni flebile radiazione diventa uno spettacolo pirotecnico.
Alla veneranda età di ventisei anni sono consapevole del fatto che pur non terrorizzandomi, i film dell’orrore mi hanno scosso nell’ipotalamo.
Un rumore ed ho subito paura.

[…]

Quanti si sono ritrovati in questa situazione?

Nell’immaginario collettivo l’orrore ha sempre richiamato le paure più recondite della nostra psiche: molto spesso figlie di traumi infantili.
Le insicurezze si amplificano dalle più insignificanti manifestazioni di fenomeni naturali; rendendoci spesso vittime di vere e proprie allucinazioni uditive e visive.
E tutto questo mentre siamo soli in casa avvolti dal buio.
Coperti dall’oscurità nella quale si cela l’incognito.
L’Io, esteriormente, si trasforma in un involucro, protettore del cuore di tenebra del nostro essere.

Di questi tempi parlare di una pellicola dell’orrore generalista con atmosfere che propongono gli stereotipi degli anni ‘70 è un azzardo; il cinismo dilagante, diffuso soprattutto dai nuovi media, non ha fatto altro che rendere la nuova generazione meno sensibile a quelli che sono i vecchi espedienti narrativi.
Il canovaccio dell’horror classico ha così ceduto da diverso tempo il terreno alla spietata mercificazione delle sue atmosfere; in un modus operandi che premia il risultato al botteghino invece di una maggiore vivacità della pellicola in sé.
Accantonando così la consapevolezza della sua grande portata sono sorti i vari teen horror con situazioni che definire banali è un eufemismo; ma la semplicità degli script non è un difetto quanto il diventare, in un crescendo d’idiozie, la parodia di se stessi.

Fortunatamente non è sempre stato così.

flashback.

1978.



L’Italia sforna pellicole che reinventano il thriller – horror.
Sono gli anni di Ferroni, Fulci, Bava, Argento.
Gli anni del giallo all’italiana.
Gli USA, intanto, si limitano ad ammirarci e sognare: come era già successo per il neorealismo.
Ma la molla per lanciare il mercato dell’horror, le major statunitensi la colgono diversi anni dopo nella venerazione che un giovane diciannovenne ha dei grandi maestri d’Oltreoceano.
È Sam Raimi che, radunati gli amici Bruce Campbell e Robert Tapert, scrive, dirige e produce un corto: Within the Woods.
Ma per questo momento storico passa in sordina.

1981.


Dopo aver ottenuto un budget di 350.000 dollari grazie a diversi finanziamenti ed utilizzando il precedente lavoro come prequel, Raimi dirige Evil Dead.
La Casa.
È l’anno della svolta.
A poco a poco diventa una pietra miliare.
Perché sdogana lo splatter, inserisce nuovi elementi cinematografici come le shakeycam, create ad hoc per il film.
Ma non solo.
La Casa diventa il primo tassello di una trilogia che scardina l’horror con l’ironia, catapultandolo persino nel fantasy.
Artifici utilizzati anche nei suoi successivi lavori televisivi (Xena, Hercules).

flashforward.

2009.

Un corto catastrofico di soli quattro minuti dal titolo “Panic Attack!” fa impazzire il web. È diretto da Fede Alvarez, giovane regista uruguagio che lo ha realizzato con un fondo economico ridicolo.
E così l’interesse ad Hollywood si fa sempre più palpabile.
Ma chi contatta il giovane?
Sam Raimi, proprio lui.
Dapprima ha intenzione di realizzare una versione estesa del corto ma per diversi problemi il progetto non va in porto e non volendo lasciar sfuggire l’abilità del ragazzo, gli propone il remake del suo film di culto: la Casa.
Nientemeno.
La notizia manda nel caos i fan perché non accettano l’idea di vedere il cult restaurato secondo i dettami della modernità.
Sam è, però, determinato: gli affida soldi, sceneggiatura e regia mentre si ritaglia un ruolo da consulente nella sua casa di produzione, la Ghost House.

2012.

Alvarez insieme all’amico fraterno Rodo Sayaguez completano la stesura; aiutati anche da Diablo Cody, la sceneggiatrice di Juno.
Insieme si impongono di estrapolare una chiave di lettura dell’originale: la crudeltà.

2013.

Evil Dead. 



La Casa è l’Inizio di quel genere d’horror che subdolamente viene messo giù in cantina, accantonato sotto il letto o nascosto quando tuo padre entra in camera per chiederti cosa stai vedendo.
È il classico genere che insieme al porno tu neghi da bambino ma poi ti vanti con gli amici perché hai avuto fegato a vederlo.
Ecco lo splatter insieme al gore è l’horror degli stomaci forti, di chi vuole un bel turbamento psichico.
È la liberazione: il processo di catarsi più violento e perverso che uno spettatore medio può avere.
Negli ultimi anni in un telefonato stile narrativo rafforzato da una copiosa pioggia di sangue in CG, questo genere ha lasciato il posto alla più moderna e ridicola violenza fine a se stessa.
Da questo, dunque, Alvarez è voluto fuggire via attraverso l’opportunità di riscrivere l’horror per eccellenza.

Mia è una ragazza con un passato da tossicodipendente.
Il fratello e gli amici, decisi a porre fine alla sua dipendenza, la invitano a trascorrere un periodo nella casa materna tra i boschi; confidando nell’isolamento la migliore strategia. Quando un giorno scoprono l’esistenza di un libro, il Naturan Demonto – libro dei morti -, in una cantina, iniziano a verificarsi alcuni strani fenomeni. In un primo momento sono etichettati come parto dell’isteria della ragazza ma in seguito diventano ben altro: un orrore inaspettato e feroce.

Con una contestualizzazione più realistica, Alvarez, riscrive la storia eliminando il personaggio di Ash; rende i toni più cupi ed evita qualsiasi ironia.
Riempie di piccoli omaggi ma taglia fuori il paragone con l’originale.
Quindi non chiamatelo Remake, per favore.
Nella canonizzazione dell’uso della realtà come pretesto per inserire una storia di possessione, il giovane regista trova il miglior compromesso. Sfruttando uno smodato uso di primi piani e accelerazioni improvvise la pellicola riesce a carpire l’attenzione dello spettatore, immedesimandolo in un sempre più crudo disegno narrativo.
La tossicodipendenza, poi, crea una prima scusa per inserire il contrasto tra i protagonisti e l’alienazione di Mia ed anche nella seconda parte, quando i fenomeni paranormali si fanno sempre più evidenti, lo scetticismo continua ad essere presente in uno dei personaggi, come repulsione dello spettatore medio.
L’atto finale regala alcune incongruenze ma tutto sommato colpisce per la suggestiva fotografia e l’utilizzo di un make up sbalorditivo.
Alvarez riesce a rendere l’idea della parabola infernale con un’ottima costruzione nello script, aiutato soprattutto dall’imposizione di una direzione cronologica nella fase di pre – produzione.
Grazie all’astuto utilizzo degli effetti sonori che, con l’assenza di una OST pop, rendono ancora più artigiana la lavorazione del film e quasi hitchcockiana, la regia respira di un bel filtro amatoriale.

Non è ironico; ti colpisce nello stomaco.
TI infastidisce come lo stridere delle unghie su una lavagna.
Doloroso come acqua bollente su un’ustione.

Senza esagerare, sembra di aver visto il punto zero del cinema horror post 2000.
Che sia “l’esorcista” della nostra generazione?
Non lo so ma potrebbe essere un ottimo punto di partenza per l’horror moderno.

[…]

Sento grattare piccole unghie artigliate su una grata di metallo.
Nel buio capisco che qualcosa cerca di entrare dalla persiana.
Prendo un accendino ed illumino il cammino .
Ad ogni passo il rumore sinistro è sempre più forte.
Il cuore batte perché non saprei cosa fare se fosse un ladro.
Una corrente d’aria spegne la debole luce lasciandomi di nuovo nelle tenebre.
Sono arrivato, intanto.
Le dita tremano ma trovo in uno scatto di adrenalina la forza di accendere la fiamma.
E nella danza della tenda con il vento, scopro che

il coniglio nano di mia sorella cercava di entrare in casa.
Idiozia non è l’unica parola giusta ma la più politicamente corretta al momento.

Sì, per quanto possiamo sforzarci di essere razionali, nell’incognito, saremo sempre dominati dall’irrazionalità della fantasia più spaventosa.

BU! 

marcodemitri®

martedì 14 maggio 2013

Mi rifaccio vivo [Recensione]


Un fremito.
Leggero.
Ma pur sempre un fremito.



La banalità della commedia italiana moderna, perpetuata da produttori che, alla vivacità della storia preferiscono la cartamoneta dei ricavi, talvolta si scontra con l'intelligenza di piccole opere intrise della sempre più evanescente magia del cinema.

Biagio Bianchetti (Pasquale Petrolo) è un imprenditore con un perenne complesso di inferiorità per il suo acerrimo nemico fin dall'infanzia: Ottone Di Valerio (Neri Marcorè). La competizione che Biagio ha nei confronti di quest'ultimo è tale che lo porta a diverse sconfitte.
Un giorno Ottone, apparentemente intenzionato a porre fine a questo gioco perverso, gli propone un affare, che alla fine si rivela un inganno.
La beffa spinge Biagio al suicidio.
Ma una volta giunto nell'altro mondo, Rubini, nei panni di uno spirito, gli concede la possibilità di ritornare in vita sotto false vesti.
E così reincarnato nei panni di Dennis Rufino (Emilio Solfrizzi), un brillante manager a cui Ottone ha affidato le sorti della sua azienda, Biagio riprende da dove aveva terminato.
Con l'intenzione stavolta di rovinare la vita ad Ottone e vendicarsi, dunque.

Che ci volesse un Sergio Rubini a ravvivare questo scenario appare non scontato ma plateale. Perché nel suo ultimo film, mi rifaccio vivo, impianta una sceneggiatura degna di un film alleniano - con tanto di riferimento a Scoop - non solo: astutamente mette in scena una storia romanzata con il politicamente scorretto e i luoghi comuni della tragicommedia italiana e che trae ispirazione dalla cronaca.

Nel complesso è un'opera brillante che dimostra ancora una volta la grande cultura del mediterraneo Rubini.
Facendo leva sul suo amore per il teatro e la formazione politica, ricama uno script con omaggi alla filosofia pirandelliana: la teoria del doppio e dello scambio di ruoli tra eroe positivo e negativo in un gioco allo specchio.
Il regista è il demiurgo che, con simpatia ed ironia, non risparmia critiche.
"La cosa positiva è che dopo la morte non c'è nulla" cita il protagonista prima di vivere l'esperienza ultraterrena con una connotazione più reale della realtà inscenata.
La metafisica costruita da Rubini è infatti realista e comunista, come finirà per rivelare il protagonista ad un gruppo di ecclesiastici.
Un sassolino nella scarpa che Rubini si toglie con soddisfazione, ricordando il Moretti più scanzonato.
Atto dopo atto il regista confonde lo spettatore modificando la caratterizzazione dei suoi protagonisti; è un'ironica cornice in cui emerge con forza la scissione tra buono e cattivo in un continuo ossimoro con uno sfondo di subdolo sberleffo alla filosofia orientale.
Ma uno dei pregi del film è anche quello di non scadere mai nel moralismo; la chiave di volta è incastrata in un'architrave in cui l'elemento centrale della storia, Il sucidio dell'imprenditore, è solo un pretesto per imporre l'idea di determinismo che il regista coglie dalla vita.
Il "Tutti hanno diritto ad una seconda possibilità" funziona solo se si ha una consapevole presa di coscienza delle proprie potenzialità in un darwinismo sociale dal motto "non giudicare mai solo la superficie".
Ed in virtù di ciò tutti i personaggi principali nascondono un lato negativo, oscuro e a volte anche perverso, in un impeccabile abito perfetto, tra l'altro
È uno schema che non annoia o cede al ciellino paternalismo, anzi, diverte, fa riflettere e, nella demenzialità, strappa qualche risata.

Uno script ben recitato, anche.
L'istrionico Neri Marcorè, vestito da rampollo dell'alta borghesia imprenditoriale, ricama batutta dopo battuta un personaggio credibile e divertente, Solfrizzi interpreta molto bene il ruolo della vittima ed infine il dissacrante Lillo che appesi i panni della Iena e separato dalla controparte Greg, sembra trovarsi a suo agio in quelle di uno straordinario inetto.

Come dicevo all'inizio è solo un fremito.
Forse troppo leggero per smuovere un corpo.
Che appare ancora intorpidito.

"Eppur si muove", però.


marcodemitri®

martedì 30 aprile 2013

Iron Man 3 [Recenione\Analisi sui super eroi al cinema]



24 Aprile 2013h: 0.50

“Eh sì, Iron Man 3 oltre ad essere LAFIGATA è anche il miglior film d'azione superoistico - passatemi il termine - di sempre.Un ottimo compromesso tra nerd e pubblico casual.
E finalmente qualcosa che riporta in auge le atmosfere dell'azione anni '80 - '90”.


30 Aprile 2013h: 13.00

Sono trascorsi sei giorni da quel post su Iron Man 3 ed ho atteso che scemasse un po’ l’eccitazione prima di buttarmi a capofitto nel recensirlo.
Vi spiego perchè è il miglior compromesso sul supereroe cinematografico.

Partiamo con ordine.
Da un riassunto conciso e schematico si evince che il cinema supereroistico è giovane e per questo risponde alla logica del "alla tua età leggi ancora fumetti?".


L'idea epica alla base del fumetto non fu rispettata per ovvi motivi di audience. 


È ancora vivo infatti il ricordo del Batman icona pop anni '60; un pagliaccio mascherato dall'ambiguo rapporto con la spalla Robin. 
Il colorato mondo del pop soppiantò la suggestiva chiamata dell'eroe attraverso il sacrificio per ristabilire l'ordine. 

Poi giunse la formattazione di Alan Moore e Frank Miller.
Le loro opere descrivevano le gesta di un manipolo di super eroi con dubbi sull'esistenza, la sessualità e il potere. La sottile linea di demarcazione tra bene e male scomparve e inghiottì il mondo edulcorato in una voragine di cinismo e violenza. 

Il super eroe, dunque, perde il controllo della realtà e si trasforma in follia. 

Una delle più importanti riproduzione cinematografiche furono dirette da Snyder ma riuscì solo visivamente perchè lo spirito del capolavoro Watchmen restò su carta. 


Il cinecomics risponde a logiche di trasposizione che difficilmente possono essere le stesse di un fumetto. A completare il quadro si aggiunge la fondamentale contestualizzazione: per i Minuteman (Watchmen) è la paura della guerra fredda trasformarsi in nucleare, per Batman la crisi economica, per Spiderman la debolezza dell'uomo nel dopo guerra e in Iron Man è la feroce critica all'imperialismo americano. 

Le due più grandi testate fumettistiche esistenti, Marvel e DC, catalizzarono la crisi sociale in due modi.
Mentre per la DC è la serietà a predominare, per la Marvell, al contrario, è l'ironia. 

Due maturità messe a confronto.
Due modi di intendere il super eroe.

Raimi fu il primo ad intuire cosa significasse rendere appetibile al pubblico un fumetto ma commise l'errore di non rispettare i nerd - fan accaniti -, seguito poi da Singer, Favreau e Nolan; che come espresso in diverse occasioni ha creato un'atmosfera unica rendendo il suo personaggio politico e iper realistico. Scelte condivisibili ma pretenziose; tant'è che ha forgiato senza volerlo da una parte un esercito di esaltati ammiratori e dall'altra uno di critici. 

Non ultimo, The Avengers, il primo grande progetto di assembleare un team di super eroi su schermo. Un giacottolone divertente ma non ben riuscito per sceneggiatura.
Un po' come è accaduto per l'ultimo Batman.

Poi arriva Iron Man 3 con alla regia ed alla sceneggiatura Shane Black: un luminare dell’action. 
Un uomo che ha scritto Arma Letale, Scuola di Mostri e i sottovalutati -  dagli alti critici ma non da noi ragazzi - Last Action Hero e Ultimo Boyscout. E per ultimo ma non meno importante segnalo la regia di una pellicola bella e passata in sordina: Kiss Kiss Bang Bang. 

Black amplia la formula già consolidata nei primi due capitoli.
Ridescrive il personaggio con una miriade di battute, elimina la comicità puerile del secondo – un po’ alla Spiderman3, per intenderci – e aggiunge delle trovate di puro brio; si disinteressa completamente dell’armatura - enfatizzandone il non uso - , aggiunge la ferita mentale post Avengers, lancia una serie di stoccate velenose sul ruolo degli USA nel mondo e infine cala il tutto in un'atmosfera natalizia: suo marchio di fabbrica. 
Non solo.
L’accoppiata vincente tra Tony Stark e
James Rhodes è simile al rapporto borderline tra Martin Riggs e Roger Murtaugh.


Per quanto riguarda il fronte villains, il Mandarino è interpretato da un ispirato Ben Kingsley ed è scritto benissimo. Poi c’è Guy Pearce che con capello cotonato e quella smorfia da bullo con abito da millemila dollari ti ammalia e ripropone il kitsh anni '80.
Mi piace la sua presenza, il suo tocco, i suoi movimento.
Insomma, è un bel cattivo.

Poi ci sono una bellissima e fascinosissima Gwyneth Paltrow e una “boh ma figa quanto basta” Rebecca Hall. 
Infine una curiosità: ad interpretare la guardia del corpo di Tony, Happy Hogan, c'è il regista dei due precedenti capitoli, quel mattacchione di Jon Favreau.

Un peccato per la mancata scelta degli AC\DC ma comunque una bella OST. 

Se Nolan ha ridato prestigio al fumetto, Iron Man dimostra come la stessa serietà possa essere trasmessa attraverso l'ironia; senza una pretestuosa costruzione politica con strafalcioni e incoerenze.

È un grimaldello, Iron Man 3, perché burlandosi del cinema serioso si ritaglia una posizione tra i migliori action con un ottimo compromesso tra il pubblico nerd e casual. 

marcodemitri®