martedì 29 gennaio 2013

Zero Dark Thirty [Recensione]





Non è solo la ex moglie di James Cameron.
Perchè prima che la Bigelow avesse maggiore risonanza mediatica fu la donna che diresse Point Break: un muscolare e belloccio film d'azione passato alla storia per i famosi rapinatori con indosso le maschere di alcuni presidenti degli Stati Uniti.
Sì, Aldo, Giovanni e Giacomo ne sanno qualcosa.
Per non parlare della notte degli oscar del 2010, che gli rese sei statuine per il suo The Hurt Locker e tante maledizioni dell'ex uscito a mani vuote con Avatar.
Un trattamento quasi da Veronica Lario, insomma.
Ma messo da parte il gossip, Kathryn Bigelow è una donna intelligente, bella e preziosa. Il suo ultimo Zero Dark Thirty (da ora in poi abbreviato in ZDT) non è solo "il film sulla cattura di Bin Laden": è la doppia faccia di un America ambigua e poco determinata, che si affida ancora una volta alla lungimiranza dei singoli per compiere le scelte più difficili.

Maya, giovane e brillante agente dei servizi segreti, dopo il 9\11 ha il solo scopo di trovare e assassinare Bin Laden: viene così assegnata in Pakistan a lavorare con Dan, agente della CIA presso l'ambasciata americana. Nei primi mesi il suo incarico è quello di assistere il collega durante gli interrogatori in Siti neri, prigioni non localizzate dove si fa uso di tortura, per trovare le tracce del nemico #1. Ma tra escamotage, attentati e cambi di piani politici, la situazione muta quando l'operazione complessa è portata a termine. Nella notte del maggio 2011 il Team 6 dei Navy Seal statunitensi irrompe nell’anonima residenza di Abbottabad, in Pakistan, dove il terrorista super ricercato risiede e dove troverà la morte.

Anzitutto partiamo dal titolo: che cosa vuol dire.
"Si tratta di un termine militare che indica i 30 minuti dopo la mezzanotte e si riferisce anche al mistero e alla segretezza che caratterizzarono l'intero decennio della missione" spiega la Bigelow al termine del primo teaser trailer.
Ora, quando una pellicola desta scalpore e scatena una bufera polito – mediatica due sono le cose: o fa paura o è una scelta di marketing.
A dire il vero a volte può essere entrambe ma non è questo il caso.
ZDT è un film drammatico potente che scorre, come fosse un'inchiesta giornalistica, senza moralismi, paternalismi o donne con il mestruo.
È in un perfetto equilibrio tra intrattenimento e esigenza di raccontare la verità. Ed è forse questo lo snodo centrale: il fatto che la sceneggiatura fosse colma di informazioni segrete portarono alcuni senatori ad avviare una vera e propria indagine per capire se ci fosse stata una collaborazione tra il presidente Obama e la troupe, se avesse dunque messo a repentaglio la sicurezza nazionale.
Addirittura, ci aggiungerei.
Ma Kathryn Bigelow e Mark Boal (sceneggiatore), che negarono qualsiasi coinvolgimento, sanno molto bene come raccontare una guerra. Con The Hurt Locker, pellicola al cardiopalma, sopravvalutata ma ben fatta, assottigliarono il confine tra la dipendenza da adrenalina e la scelta di fare il militare: l'esaltazione celata da patriottismo.
In ZDT invece è tra vendetta e giustizia che scompare la linea di demarcazione, lasciando lo spettatore più volte in bilico e quasi disincantato.
I due impostando uno script complesso ma snello, con una leggera apologia dell'uso di metodi brutali in stato di necessità, completano un film coraggioso, coinciso e ben diretto.
Ma per far funzionare il tutto serve anche un ottimo cast: con la strafottenza di Joel Edgerton e la fragilità emotiva di Jessica Chastain si ha quel tocco distaccato e mai romanzato. Si può dire che si tratta di un Homeland (serie televisiva) senza ingenuità.
Fotografia realistica di Greig Fraser, montaggio ben scandito arricchiscono poi un film che funziona, ripeto.

Insomma, a meno che non siate parenti di Bin Laden, andatelo a vedere.

                                                                                                                                        marcodemitri ®

giovedì 24 gennaio 2013

Piccoli Omicidi Tra Amici [Recensione]






Prima che Danny Boyle raggiungesse il successo con Trainspotting e la popolarità con The Millionaire, diresse un piccolo film, sottovalutato come The Beach, che a conti fatti è una brillante commedia nera. 
La trama è tratta da un soggetto di John Hodge, sceneggiatore di altre pellicole del regista.

Tre amici cercano un quarto coinquilino con cui dividere l'affitto. 
Manco fossero ad American Idol, i tre tempestano di domande irriverenti e spregiudicate chiunque risponda all'annuncio, fino a quando non si presenta un misterioso romanziere, che senza esitazione consegna i soldi della retta. Un giorno, però, questi viene trovato morto, apparentemente di overdose, nel suo letto e con una valigetta piena di soldi. 
I tre decideranno di seppellire il cadavere, prendere il denaro e non parlare a nessuno dell'accaduto; ma questa scelta comprometterà i loro rapporti. 

Boyle, che al cinema è arrivato a 38 anni, regala una commedia nera, miscelata di citazioni e generi diversi. A lui non interessa raccontare la dinamica dei fatti, bensì come le relazioni umane si scontrano con le coscienze individuali. Come nelle più classiche delle tragedie, si attraversa la commedia per poi terminare con un finale colmo di colpi di scena violenti. 
Il trio è ben reso nella più classica delle triadi filosofiche, rappresentato da personaggi in combutta morale tra loro: troviamo il menefreghista, il moralista e infine il riflessivo. La pellicola proceda lentamente per step, mostrandoci di volta in volta le conseguenze della singole azioni, sembra di assistere ad una sorta di dilazionamento del karma. Inserendoci tra l'altro anche venature horror grazie ad un uso di musiche e montaggio. 
Una commedia intrisa di ironia nera, che si affida il più delle volte alla vivacità di Ewan McGregor - sua prima volta sullo schermo da protagonista - e riesce a potenziare il suo impatto sullo spettatore. 
Molti saranno poi gli spunti per Trainspotting e altre sue opere. 

Si può dire dunque un esperimento ben riuscito, che mischiando generi diversi, colpisce con pungente e sano humor nero. 
Ottimo esordio. 

domenica 20 gennaio 2013

Flight [Recensione]





Ho sempre amato le pellicole forti, dure, che sanno raccontare storie borderline. Senza ingenuità.
Certo non esente da difetti, neppure un capolavoro, ma Flight è un riuscito sviluppo di una odissea poco digeribile.

Il capitano Whip Whitaker (Denzel Washington) è un alcolizzato e cocainomane e sarebbero fatti suoi se non facesse il pilota di aerei di linea.
Proprio durante uno dei suoi voli di routine che succede l'impensabile: un'avaria di un componente del motore fa precipitare l'aereo. Ma grazie ad una straordinaria intuizione, il capitano riesce a salvare i passeggeri.
Il problema è che gli esami tossicologici riveleranno droga e alcool nel sangue. E così il passo da eroe a nemico è breve.
Tra sensi di colpa e accuse, il suo inferno terminerà con non poche cicatrici.

Nel favoloso mondo di Zemeckis, segnato dal capolavoro della trilogia Ritorno al Futuro, il gigionesco Forrest Gump, l'esperimento meta cartoonesco Chi ha incastrato Roger Rabbit e alcune porcherie, Flight rappresenta un momento alto della sua filmografia. Armato di una sceneggiatura potente e politicamente scorretta, con solo alcuni nei dovuti ad una migliore resa nella trasposizione da carta a schermo, il film offre spunti di riflessione sul significato della redenzione. Ma non solo. Denzel Washington, che finalmente ci regala una interpretazione autentica, come non si vedeva da John Q tanto per intenderci, è un personaggio dilaniato tra volontà di cambiamento e accidia. Perfettamente ritagliato nel suo spazio, il capitano è il buono e il villain allo stesso tempo. Ma un'altra riuscita della pellicola è rappresentata dall'uso senza moralismo di fumo, alcool e droga. Quasi stampati sul volto paffuto e l'entrata in scena demoniaca con tanto di "Sympathy for the Devil" del meraviglioso John Goodman. A completare il cast, ottimi Don Cheadle e Bruce Greenwood.
Esemplare anche il modo di presentare la religione come contorno pungente.

Dunque un film riuscito, ben interpretato e diretto.
Di quelli che sanno come comunicare e colpire.
E che lasciano in bocca un vago sapore della massima "prima o poi tutti i nodi vengono al pettine".

Super - Consigliato.