mercoledì 23 marzo 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot [Recensione]


Che il cinema super eroistico abbia avuto una inversione di tendenza rispetto al passato è stato testimoniato negli ultimi tempi da due pellicole americane: I Guardiani della Galassia e Deadpool. Una costrizione in parte dovuta da ragioni di mercato e di appeal, cercando dunque nella ironia e nel cinismo nuove vie per rimodernare un genere giovane ma prossimo alla fine. Almeno secondo quanto sostenuto da molti produttori.

Eppure se nel giovane continente si parla già di una possibile fine – come avvenne per i film western – negli altri paesi non si è ancora giunti nemmeno alla cosiddetta età dell’oro.
Accogliendo la lezione e studiandola nei minimi particolari, anche l’Italia ha voluto dire la sua. E lo ha fatto attraverso la visione di un giovane regista esordiente e un manipolo di brillanti sceneggiatori. Non solo, si è voluto osare con materiale esterno e quindi con una serie di fumetti da poco usciti in edicola; un modo per ravvivare e creare una continuity da non esaurire nelle circa due ore di spettacolo.

Parliamo de Lo Chiamavano Jeeg Robot, che con forza dirompente irrompe sulla scena italiana, sconquassando il pubblico reduce dalle risate del film di Zalone o dalle paranoie de Perfetti Sconosciuti.


Superando il limite della scarsa originalità italiana, che copia, che spia, che ripropone commedie già viste, che riecheggia i classicismi dei registi transatlantici, che si mette al sicuro proponendo la solita minestra, il film di Mainetti si inserisce in un contesto poco esplorato nel Bel Paese.
Di grande impatto ma anche di grande rassicurazione, il fatto che cinema italiano abbia finalmente il suo film d’azione, da una parte continuando la tradizione dei nostrani thriller anni settanta e dall’altra inaugurando una nuova era, produttori permettendo.

Con una ripresa aerea veloce, coi palazzi e le case e le viuzze dall’alto, gli inseguimenti poi, e la presentazione del protagonista come fosse un fuggitivo, non c'era modo migliore di iniziare.
Come per dire allo spettatore, seguimi.

Sì, segui la storia di Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), il protagonista.
Un uomo che è nessuno, è di poche parole, che compie piccoli furti per sbancare il lunario. Della gente non gliene può fregare di meno e soprattutto di fare l’eroe. Vive in un quartiere degradato (Tor Bella Monaca), quello delle borgate romane, becero e sporco. Ignorante. E lui si muove con pigrizia e apatia. È l’antieroe, un personaggio costruito sul rifiuto del canone idealista fumettistico anni cinquanta.
Superata la prima parte, da manuale c’è l’entrata in scena del villain interpretato da un ottimo Luca Marinelli, reduce dal successo de Non essere cattivo. Al contrario, è spinto dalla bieca e feroce aspirazione di diventare qualcuno in un contesto criminale asfissiante.
C’è quindi una ottima contrapposizione tra i due volti, i due protagonisti veri e propri della pellicola. A questi si aggiunge una sfera di personaggi che, nelle loro azioni, determinano, le conseguenze delle loro evoluzioni. Da una parte c’è Ilenia, una ragazza che dopo essere rimasta turbata dalla morte della madre svilupperà una malattia per Jeeg Robot e da qui l’inside joke, perché lei vedrà in Enzo l’eroe Hiroshi Shiba, e dall’altra l’organizzazione camorristica, da cui si inizierà a sciogliere la matassa centrale.

Rifiutando il classicismo del tema supereroistico, da una grande potere derivano grandi responsabilità, e appropriandosi di una caratterizzazione tutta italiana, il dilemma del super eroe, della persona che dedica la vita al bene, la forza e l’immortalità, i superpoteri, si concentrano in un caleidoscopio di cattive intenzioni che spingono la storia senza paternalismi o stucchevolezze. Inoltre con l’uso dello splatter e di alcune scene politicamente scorrette, si va oltre per confezionare un prodotto divertente e interessante.
Gabriele Mainetti, il cui estro è stato portato alla luce con Basette e Ultima Spiaggia, porta a compimento una bella idea, che è anche un ottimo punto di partenza per un film di genere. 

marcodemitri®


venerdì 18 dicembre 2015

Guerre Stellari Episodio VII: Il Risveglio della Forza [RECENSIONE PRIMA VISIONE CON HYPE]

Sinceramente non saprei come iniziare questa recensione.



Guerre Stellari ha sempre rappresentato quello sfondo su cui si è lentamente adagiata la mia vita. Una grande apertura all’insegna della velocità. Ricordo ancora quando mio padre tornò a casa che avevo solo sei anni con in mano un rettangolo nero, una videocassetta, e sopra recitava il titolo “il ritorno dello jedi”. Però da qualche parte devo pur iniziare, scrivere, cercare di essere il più originale possibile per buttare giù qualche riga. Non è facile. Siamo cresciuti, noi generazione X nel riflesso degli occhi meravigliati dei nostri genitori, così; con un mantello sulla testa e le mani serrata sulla bocca per recitare il respiro asmatico più famoso di sempre.
A noi poco importava delle partite di pallone, a noi piaceva correre inforcando le bici e immaginando di combattere l’impero.

Non ci uniremo a te, imperatore.
Ti distruggeremo.
Forza noi abbiamo, il lato oscuro non temiamo.

Mi risulta difficile, ora, poter parlare di questo nuovo capitolo (e prossima saga). Si sa, se si parte con aspettative troppo alte bene o male se ne resta delusi e ieri, questo, me lo ripetevo tra me e me talmente tante volte che più di qualcuno mi ha chiesto, beh? ti vedo troppo moscio. Eppure questo gioco mentale non ha funzionato. L'attesa del film era sì alta, ma razionalizzata. Sapevo in fin dei conti che sarebbe stato difficile se non impossibile poter trionfare nell'immaginario collettivo allo stesso modo del primo Guerre Stellari. Lì, dove tutto è iniziato. Su questo non c'era alcun dubbio e in cuor mio lo sapevo. Ne ero certo. D'altra parte però, ero entusiasta di poter finalmente sfoderare quel lato fanciullesco che da anni era stato assopito dalla cosiddetta "età adulta"; vedete, questo è che molte persone non capiscono. L'importanza del fanciullo interiore, dell'entusiasmo nella vita. C'è chi lo è per delle auto, chi per le discoteche e poi chi per la cultura pop. La stessa che ha fatto in modo tale che il nere brutto e impacciato diventasse figo e piacione. Forse è questo l'unico crimine di guerre stellari ma possiamo sorvolarci su.

Marco, è guerre stellari, il trailer è figo, il cast sembra interessante, ci sono tutti, non dev'essere brutto.
No, non lo è stato. Allora perché questa mattina non mi sono alzato con in testa un sorriso enorme e la gioia di vivere a mille e il bambino interiore urlante pew pew?

Un attimo.

Se voleste sapere com'è il film, la verità nuda e cruda, allora vi dico già da ora che è bello. Fatto bene, semplice, diretto, interessante. Ma su questo, scusatemi l'arroganza, non vi erano dubbi. A meno che J J Abrams non avesse deciso il suicidio, non POTEVA essere brutto.

Allora qual è il punto?

Ci arrivo.

Guerre Stellari nacque nel lontano 1977 nella mente di un George Lucas squattrinato, frustrato, pignolo, ossessivo e schivo, quasi invidioso di Fellini che, in quegli anni pareva volesse realizzare il remake di Flash Gordon, uno dei suoi film feticcio. C'era quel desiderio di voler cambiare qualcosa nella narrazione cinematografica, qualcosa di degno, di veloce, di divertente. A lui - parole sue - poco importava della scienza e se nello spazio si potevano sentire i colpi laser dei cannoni spaziali. Lui ci voleva il suono di quel roboante muoversi degli incrociatori, gli effetti sonori degli X Wing e dei meravigliosi TIE che si schivavano l'uno con l'altro. A lui piaceva il western, le storie d'amore, i racconti di cappa e spada. Voleva a tutti i costi il suo The Star Wars - così si doveva intitolare -. Un fantastico spaziale come i romanzi di fantascienza di Verne. Recuperò persino quel divertente scontro tra lo scrittore e Orson Welles. Divertente perché battibeccarono su come dovevano svolgersi le scene di alcuni uomini mandati nello spazio e ad Orson non importava nulla della visione di Verne. Ho avuto i brividi, giuro, quando l'ho letto.
E allora ci mise tutto Lucas. Condensò il suo mondo in un film e sperimentò e con sorpresa vinse. E non di poco, sappiamo già. Il resto è storia.

E allora cosa è accaduto?

Sorvoliamo sui prequel o meglio riduciamo all'osso con una parola, necessari. Sì, era necessario che Lucas raccontasse quelle storie perché servivano a dare una dimensione alla saga. Ma necessaria non vuol dire riuscita, e infatti non son belli. Troppo incentrati su rotte mercantili, confusi. Questo nuovo franchising doveva assolutamente riprendere in mano lo spirito iniziale.
Ma su una cosa Lucas ha sempre basato la saga: la storia familiare. 
In fin dei conti si basa su una famiglia, quella degli Skywalker.

E ora?

Dire che il Capitolo VII, come scrivevo sopra, non sia bello è cattiveria. Perché direi una fesseria. Ma il punto è che non ha nulla di nuovo. Reggendosi su una traballante riproposizione della vecchia trilogia, condensa gli elementi più belli e quelli commercialmente più appetibili per il momento storico, e assembra un film ben confezionato ma che di sostanza a ben poco. Con un cast riuscito, completa una prima parte molto bella e scende, scivola sulla seconda che fa veramente paura quant'è imbarazzante. Sceneggiatura scricchiolante in funzione dell'unico colpo di scena importante e quello dal quale lo spettatore resterà incollato per i prossimi anni. Ora, parliamo degli attori. La scelta di riprendere i principali protagonisti della prima trilogia ha creato un effetto nostalgico di ottima fattura, unendoli poi ad attori semi sconosciuti (eccetto Adam Driver), ha reso molto bene quella sorta di passaggio di testimone; un modo subdolo per rassicurare il fan accanito. La menzione d'onore spetta a Rey (una bravissima Daisy Ridley) a cui è affidato il compito di vestire i panni dell'eroe senza paura, affiancata da un ematico John Boyega (Finn) e da un indomito Oscar Isaac (Poe Damaron). Un trio di interessanti star che sicuramente detteranno legge nei prossimi anni. Il cattivo, Kylo Renn (Adam Driver), comandante del Primo Ordine, una sorta di nazisti eredi dell'Impero, ha dalla sua un certo fascino - nonostante persino la maschera da paperino - e una grande sorpresa - personalmente poco riuscita -. Dal punto di vista musicale è fin troppo compitino con pezzi poco riusciti di Williams. Effetti speciali ottimi, come sempre, ma non eccelsi. Scenografie buone ma spoglie nel rappresentare una galassia sterminata che addirittura nei prequel appariva superiore. Un peccato poi non aver ben spiegato la storia della Repubblica, distrutta in un modo assai risibile.
Si può dire che, come al solito Abrams, è in gamba nell'avviare qualcosa e lasciare poi agli altri il compito di gestirla. Lo fece con Lost, Alias, Alcatraz, Fringe. Come per una serie TV e guarda caso, il respiro del film è proprio quello dell'avvio di un serial. Non ha una grande scelta di inquadrature lunghe, si regge su quel meccanicismo da televisione che in questi anni sta dominando il mercato.

Perché fondamentalmente è di questo che si parla: di soldi. Ed è giusto. Giustissimo.
Ma vedete, per me, sono due le volontà.
Da una parte c'è quella puramente commerciale, come è accaduto per Lo Hobbit e Jurassic World.
Sfornare un prodotto sulla scia di una base già precostituita solo per macinare milioni.
Da un'altra: il romanticismo mosso da una volontà che, come detto in partenza, spinge i cuori ribelli ad insistere per cambiare, creare e ritagliarsi un grande spazio nel mondo.
E qui, questo film cede alla prima, ricordandomi una citazione di una pellicola stupenda:

"non esistono in qualsiasi lingua del mondo, due parole più pericolose di “buon lavoro”!"

Ecco, è stato un buon lavoro ma dove "lavoro", per me, ha giusto il senso di dovere.
Ma di quelli che al lato oscuro portano.

marcodemitri®

sabato 31 ottobre 2015

La festa te li morti.

31 ottobre, la mia notte. 

"Quista ete la mia notte."

Marcello il baffo lungo sedeva sulla ringhiera del portone di nonna Concetta, di fronte un bar. 
Sedeva leggermente inclinato in avanti per non patire troppo gli acciacchi della vecchiaia, tra cui un'artrosi con cui aveva ormai familiarizzato e che talvolta gli tornava persino utile per capire quali previsioni del tempo aspettarsi per il giorno dopo. 
Marcello era anche detto, della bestemmia facile, e il perché era facilmente intuibile. 
Quell'artrosi, per esempio, costituiva spesso motivo di imprecazioni a cui seguivano una serie di sputazze e poi altre bestemmie.
"quale santu me manca? ah, mannaggia san pistone."
In quella via, diventata ormai la via delle sputazze e delle bestemmie, Marcello dava un senso alle sue giornate.

"Quista ete la mia notte". 



Marcello aveva una età che dava, ormai, poco spazio al futuro. E quella notte non aveva dormito bene. 
Lo spettro di una fine vicina, molto vicina, lo aveva avvinghiato.
Lo aveva inseguito nei sogni e costretto a svegliarsi agitato e con la saliva agli angoli delle bocca raffreddati e solidificati. Chissà da quanto tempo era lì a vivere incubi mostruosi con la bocca aperta. 
Ci aveva messo un po' a riaddormentarsi perché il sangue gli si gelò quando ascoltò un eco metallico, un suono simile a quello delle catene che cadono per terra.
Il cuore era impazzito. 
Le pupille dilatate. 
Suggestione, si giustificò. 
Ma non capì come giustificare il vento freddo ad accarezzargli il volto e le parole: 

"Quista ete la tua notte.

MARCELLO"

a propagarsi per le stanze vuote.  

Con le luci del mattino passò tutto ma c'era qualcosa di strano in quella giornata che non gli dava tregua nei pensieri.

"Quista ete la tua notte", non riusciva a dimenticarlo.

Ad aspettare su quella ringhiera, si era quasi fatto pomeriggio in una giornata qualsiasi d'inverno e il sole debole ma pur sempre caldo infastidiva la sua pelle raggrinzita, costringendolo a spostarsi dai fasci di luce. E fu in uno di questi momenti, voltando il collo, che Marcello intravide sulla sua sinistra tre sagome bagnate dalla luce. 
Disse, ah, ho trovato ce aggiu fare. 
E così, mentre quelle sagome si facevano via via più vicine mostrando i lineamenti di tre ragazzini, si preparò fischiettando ed esordì. 
"Beggi mei a du sta sciati?"
Loro, intimoriti, lo guardarono. Fissarono quel lungo baffo. E, con quella spavalderia da nuova generazione, risposero quasi in coro:
"allu barra". 
"Allu barra?" ripetè lisciandosi quel baffo. 
"Sì."
"E ce iti fare? Siti piccoli pe lu cafè."
"Mammama m'ha dittu cu pijamu nu picchi de caffè da macinare."
Rispose uno di loro continuando a fissare il baffo, macchiato di giallo; le sigarette, pensò.
Apriti cielo a quel punto. 
"Ah.. Uliti sapire na storia su ddhu barra?"
Loro fecero cenno di no ma Marcello da uomo forte del sud fece finta di nulla.
"Mo bu la racconto lo stesso."

Quando ero giovane, iniziò, di quel bar, e lo indicò, c'era una leggenda
Una leggenda dell'orrore…

Nei ragazzini brillò un leggero interesse. 

Quel bar si diceva… 

Si diceva che quel bar si rianimava

la notte.

Continuo?

Annuirono. 

Mi raccontava ogni festa te li morti, mia nonna, questa storia.



Quando la notte scende a coprire di un velo la città, quando la notte ti sfiora come la mano fredda di un conoscente sulla pelle nuda per salutarti improvvisamente, quando la notte di Ognissanti giunge, in quel bar accade qualcosa.

'Ete ura, sali Vittorio!'.

L'eco di una voce si espanse tra i muri bianchi e freddi.

Trascorso il giorno, si erano assopiti i corpi caldi e il silenzio avvolgeva ogni orecchio, scacciando i suoni della vita e tutto ciò che avrebbe potuto interrompere quella lugubre atmosfera d'ottobre. 
Quel locale era lì, immobile, e se ti fossi chiesto da quanto tempo e perché proprio lì e cosa ci fosse stato prima, c'era qualcos'altro?', no, avresti risposto ma, in realtà, non del tutto convinto. Lo fissavi e te ne innamoravi di quella struttura perché così bella e antica, così meravigliosa bagnata di giorno dal color miele del sole e resa candida ed elegante dalla luna la notte. 
E poi c'era quell'odore di umido, quel profumo di inverno, leggero, che combinava il più antico e scenografico dei panorami. E interrotto il sogno, il miragio, con una piccola coltre di foschia trafitta da una luce fioca, che si accese spavalda. Uno scatto di ciglia, che illuminò l'interno.

'Attentu ca nci stannu li scalini' 'Sine, mannaggia sacciu iou.''
Come una linfa, che scorre intraprendente nelle venuzze delle piante, la luce donò energia per accendere lo stereo in quel bar. Partì con l'Aida, imponente e classica.

'Ancora sta musica tenenu?' 'Amu cangiare barra!' 'Sine, Giovanni.'

Quel bar era chiuso da qualche ora ma quei passi mescolati alle voci rauche che emergevano dalle scale vomitate in una distesa di scaloni giù, nelle tenebre, lo riaccesero.


'Ste strade nu b'eranu cussì.' 'ma se iou me ricordu ca era picciccu e matrima me dicia sempre 'statte attentu quandu traversi la strada ca a quai su tutti pacci'. 


Emersero due arzilli vecchietti, coperti di un cerone bianco e di una aurea quasi spettrale e si muovevano composti fino al bancone. 

Si muovevano sicuri e compatti.
'Preco signori'.

Li interruppe il barista. Da una certa distanza non erano evidenti le sue borse sotto gli occhi ma più ci si avvicinava, maggiore era la sensazione spaventosa avvolgente, stritolante. Il barista asciugava convulsamente una tazzina e mentre ripercorreva il gesto nella stessa esatto movimento, chiedeva.

'I signori hanno chiesto?' 'Do cafe!'
Disse Vittorio con una voce sicura e profonda. E si mosse quel barista, e dai suoi movimenti, si ravvivò quel bar come un domino. Ritmo e musica.

"Guarda Vittorio, guarda, nu musciu!"
"Sthi Sthi!"

I due si mossero fino le vetrine, da dentro, e colpivano il vetro per spaventare il gatto che curiosava.
Era solo e appollaiato, serpeggiava la coda e fissava il nulla.
O meglio: quello che sarebbe apparso a tutti.
Più all'interno si muovevano le ombre, più quel felino si innervosiva. 
Finché iniziò a soffiare ma nssuno poteva ascoltarlo.

"Lassalu Giovanni, Lassalu."

Quando il tipico del braccio della macchina del caffè sbattuto con violenza per eliminare la posa all'interno della doccia, si mescola con il punto massimo dell'Aida, i due signori non possono fare a meno di cantare. E in quel locale illuminato da una tetra luce, che da fuori sembra una punta gialla nell'oscurità - come una nave che dondola nell'immensità dell'oceano in notturna - l'interno con quel marmo lucente, quell'odore di caffè, si surriscalda. 
Si accalda. 
Esplode.

'Buono sto cafè'

'Lu megghiu' 'Discita puru li muerti' 'È chiaro, infatti me sentu meju!'
E i due si guardarono, sorrisero, lanciando uno sguardo al barista, che rise anche lui. Risate grottesche e roboanti.
Risate che in qualche attimo scoprirono il teschio sotto la pelle.
Lo scheletro bianco e candido. 
Il cerone cadde, una nube di polvere si sollevò.
'Ce cazzu!'
Dalla mano di vittorio, da quella che potremmo identificare come pelle, si vaporizzò nell'aria un leggero fumo.
'Ahi'.
Un raggio di luce solitario trapassò il rettango della saracinesca e si fissò, in una linea retta. Una lancia luminosa nel buio pesto della notte. È arrivato il nemico. È l'albeggiare, che violentemente intima, obbliga a volatilizzarsi.
'Beh, ni bidinu la prossima festa te li morti. È tardu.' 'Ciao Giovanni' 'Ciao Vittorio'
E l'uomo in divisa salutò. 
'Arrivederci, signori.'
E i due scesero, abbracciati da amici, ingoiati dalle tenebre e mentre procedevano dritti, rilasciarono un leggero bagliore. 

"Ragazzi arriviamo."
Da sotto il bar giungevano lamenti, urla, grida.

Il giorno stava arrivando e per le anime dela notte non c'era più posto, disse Marcello, non c'è più posto il giorno dopo Ognissanti. E si racconta che in quel bar accadrà questo, questa notte, anche questa notte.

I ragazzini lo fissarono poco impensieriti.

Piaciuto? Chiese loro.
E loro lo guardarono quasi sbuffando e annoiati, e no risposero.
Ci sono storie migliori, queste non fanno per niente paura.
Quell'uomo non sembrò minimamente turbato dalla loro scarsa facilità di impressionarsi. Fu felice comunque per aver trascorso del tempo e quando si congedarono, lui prese per mano uno di loro, stringendogliela e poi gli porse lo sguardo, come se volesse fissarlo da uomo a uomo. Gli porse lo sguardo e gli occhi gli caddero, scoprendo delle orbite ossute e vuote, il bambino urlò ma Marcello non si staccò da lui.
Gli altri indietreggiarono, inciampando.
Marcello continuò a stringergli la mano forte, oggi è il mio ultimo giorno di vita, queste cose vi impressionano?
E in un urlo di disperazione, Marcello si lasciò cadere anche la lingua, la pelle gli si bruciò e si lanciò al collo del ragazzo, mordendolo.
Il ragazzino stramazzò al suolo, dandosi delle scosse come le code di lucertola; gli altri riuscirono a scappare via. L'uomo restò in piedi, senza vita, insanguinato, morto.
Un morto che cammina.

Avrebbe potuto dire tante cose, che bella giornata, ho fatto qualcosa ma ormai senza vita non poteva più.
Accadde dunque che una voce da quel bar, dove le tenebre erano ormai scese, lo accolse.

Marcello, ti chiami no?
Sì, rispose lui.
Ieni quai, ieni. Ca ni pijamu lu cafè,
Chi sei? Chiese con voce tremante.
Come chi sono? Hai finito proprio ora di raccontare la mia storia… quella mia e di Giovanni… Sono Vittorio. 
Ma com'è possibile?
Da stanotte sarai uno dei nostri… Marcello, ete la tua notte.
Vieni, vieni, ti presento gli altri. Questo è il nostro ritrovo, trovi tutti i leccesi morti qui o meglio quelli abitudinari, questo è la nostra pausa caffè durante l'anno, questo è il nostro..

PURGATORIO.

marcodemitri®