venerdì 4 gennaio 2013
Jack Reacher [Recensione]
Raccontare l'azione non è facile come può sembrare.
Ci sono mille sfaccettature da gestire per far sembrare, e ripeto sembrare, il tutto coerente; sì, anche un'auto che volando, sfascia la vetrata di un grattacelo.
Dunque ci vuole mestiere e tanto ingegno per inventare storie credibili e allo stesso tempo intriganti.
Come in questo caso.
Jack Reacher è il personaggio di una serie di romanzi di Lee Child: un inglese che vuole fare l'ammerigano.
Un ex soldato dal motto "voglio essere lasciato in pace" che conduce uno stile di vita da vademecum per gli Amish.
Non usa cellulari, non ha macchina, non parla molto e non ha una fissa dimora; vive nell'anonimato e appare all'improvviso solo per far giustizia.
Insomma un The Punisher meno risolutore e più pettinato.
La storia si incentra su un cecchino che spara e uccide tra la folla cinque persone. La scena del delitto è una miniera di prove e conduce al killer. Ma è la perfezione del tutto che spinge Jack ad indagare più a fondo e scoprire la verità: un complotto orchestrato per sviare l'attenzione da qualcosa di più grosso.
Tom Cruise è il protagonista e finalmente sembra essersi riscattato dopo lo scempio del 2012. Maturato e in gran forma come lo ricordo in Collateral, dà prova di forza e recitazione in questo ruolo: disegnatoli perfettamente.
E non solo.
C'è persino un Robert Duvall invecchiato ma divertente come spalla.
Dietro la macchina da presa, con una regia solida e senza particolari virtuosismi, torna Christopher McQuarrie storico per I soliti Sospetti e ripresosi dopo il deludente The Tourists.
Sua la sceneggiatura, tratta dall'opera del su citato Lee Child, riesce a dare il giusto spazio ai personaggi, ricamando una trama solida e ben calibrata. Perde, causa anche la durata, nel fornire dettagli, ma si lascia perdonare per l'ottimo giro di boa finale.
In poche parole un action movie veloce e ragionato, che omaggia i film d'azione del passato con gli strumenti del thriller moderno.
Molto consigliato.
La Regola del Silenzio [Recensione]
Che i thriller moderni siano ormai infarciti di politica e lotta al terrorismo è lampante. Voglio dire, è difficile trovare altri temi nell'attualità oltre questi. Quindi risulta complesso riuscire di volta in volta a intessere trame intriganti, che non sappiano di già visto, insomma.
Redford ci riesce almeno in parte.
Una donna viene scoperta dall'FBI come latitante da oltre trent'anni. Faceva parte del collettivo anarco insurrezionalista contro la guerra in Vietnam. Di conseguenza i suoi vecchi colleghi, vengono allo scoperto e iniziano a fuggire. Solo uno di loro, un avvocato con falsa identità, cercherà in tutti i modi di trovare le prove: ma per cosa? Un giornalista inizierà a raccogliere i pezzi del puzzle per scoprire la verità.
Dopo i poco brillanti Leoni per Agnelli e The Conspirator, Redford confeziona un thriller semplice. Con una sceneggiatura infarcita di taglienti battute sulla situazione giornalistica e imperialista americana, il film si accende cercando di proporre toni controversi. Con poco carisma.
La pellicola traspira esperienza sessantottina da tutti i pori, complice il grande polso di Redford, ma diventa ingenua quando cerca di osare.
Parliamoci chiaro: è ben strutturato. Ma fa il suo lavoro. Un thriller Intelligente quando pone l'interrogativo sullo spazio da riservare al giornalismo nel privato, patetico quando cerca di strutturare una caccia all'uomo. Con un Redford, tra l'altro, che assomiglia ad un Sylvester Stallone in giubbotto di pelle. Shia Lebaouf, poi, l'attore più sopravvalutato di sempre. Susan Sarandon che lascia recitare le sue occhiaie e un Terrence Howard per la serie "il nero duro capo dell'FBI". Ottimi per il poco tempo riservatoli, Stanley Tucci e Nick Nolte, quest'ultimo ormai sembra un personaggio simpsoniano.
Dunque una pellicola che si lascia guardare, intriga fino ad un certo punto ma non eccelle.
Consigliato ai fan del genere.
E alle amanti di Robert Redford.
mercoledì 2 gennaio 2013
Ridi, ridi che la nonna ha fatto gli Emmy [Il Meglio e il Peggio delle Serie TV 2012]
Dopo gli Oscar-fatti-in-casa, passiamo agli Emmy.
MIGLIOR PRODOTTO 2012
Black Mirror
Tre episodi intensi, magistralmente diretti, che indagano con ferocia e drammatica ironia le complicazioni che crea la tecnologia nei rapporti sociali.
Interpretazioni splendide al servizio di una sceneggiatura di ottima fattura.
Se siete fan di Ai Confini della Realtà, non potete per niente al mondo lasciarvelo scappare.
Se vivete per i reality show o i social networks, stesso consiglio.
E ovviamente, anche voi, che non siete fan né dell'uno né dell'altro.
MIGLIOR SERIE DELL'ANNO

Breaking Bad (5° - Prima Parte)
Con una serie di eventi che dirottano il tutto verso il season finale, si accende una sfida che sulla carta sembrerebbe epocale. Una serie scritta splendidamente e girata da dio, in cinque stagioni non si nota nessun calo.
Un padre ai tempi della crisi e i modi stravaganti per preservare il futuro della famiglia.
MIGLIOR SERIE CANCELLATA

Last Resort (1°)
Intrigante, particolare e con alta dose di spionaggio. Peccato non sia riuscita a farsi accettare ed amare dal pubblico. Un peccato soprattutto per la trama a suo modo anti americana.
Una serie da vedere ma che si conclude, purtroppo, con solo una stagione.
MIGLIOR SERIE CON GRANDE POTENZIALE

Homeland (1°)
Se parlassimo delle prime sette puuntate, questa serie non avrebbe nulla da invidiare a qualsiasi thriller. Purtroppo dobbiamo includere anche i restanti cinque episodi. Non che siano brutti, più che altro ingenui perché destinati ad un pubblico commerciale.
Nonostante ciò, piace: anche complice il casting e la regia.
PEGGIORE SERIE SCRITTA

Dexter (7°)
Come ogni anno, ormai da circa cinque anni, Dexter vince il premio per peggior sceneggiatura. Superficiale e nosense, l'ottava stagione aveva grandi potenziali per riuscire a far risalire a galla il serial; ma niente.
Crolla a picco per l'ennesima volta, regalandoci però un fan service spettacolare: SURPRISE MOTHERFUCKER?
PEGGIOR SERIE DIRETTA

American Horror Story (2° - Prima Parte)
Dopo una splendida prima stagione, telefonata ma fatta bene, la seconda si apre con una nuova location. Ma è confusione. Mancanza di un vero e proprio filo conduttore tra gli eventi e di una coerenza nei personaggi, il serial perde una grande occasione per creare qualcosa di unico nel genere, nuovamente.
SERIE DROPPATA SUBITO

The Newsroom (1°)
Ho iniziata a vederla perchè appassionato di giornalismo. Ma ahimè, mancanza di pathos e di climax, mi hanno portato a dropparla fin da subito. Eppure dopo Six Feet Under e perché no: Mad Men, son abituato a questo genere di sceneggiature lente. Una serie noiosa e ingarbugliata come poche. Un gran peccato dopo i primi 10 minuti del pilot.
SERIE MEDIOCRI MA CHE SI LASCIANO GUARDARE
How I Met Your Mother (8° - Prima Parte)
Anche qui, il calo è enorme.
I personaggi, completamente assenti nei loro tratti, parlano e innestano una serie di azioni per un continuo susseguirsi di storie fredde e poco brillanti.
Dropparla, anche senza conoscere il finale "rivelatore", è a portata di dito.
Speriamo in una seconda parte più vivace.
The Big Bang Theory (8° - Prima Parte)
È vero: si regge tutto su uno Sheldon scontatissimo e un'ambiguità di Raj stucchevole. Ma che ci posso fare, la serie riesce a farmi passare 20 minuti della mia vita in totale rilassatezza. È un po' come quando ti stendi su un letto poco comodo: fa sempre il suo dovere.
IDOLO 2012 [Rischio Spoiler Dexter]

Etichette:
American Horror Story,
Black Mirror,
Breaking Bad,
Dexter,
Homeland,
How I Met Your Mother,
Last Resort,
Recensione,
Serie TV,
The Big Bang Theory
Iscriviti a:
Commenti (Atom)


