lunedì 11 febbraio 2013

Chiude il Cinema Santalucia, un piccolo omaggio.


Quell'angolo.

Il tempo, come si sa, è cinico; spazza via il vecchio per far posto al nuovo.
Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, appunto.
Ed è così che accade in una piccola e ridente città dove uno dei più antichi pezzi della sua storia vola via, venduto come fosse semplice merce di scambio.
Se i ricordi sono momenti ben precisi della nostra esistenza, che siano legati a persone o cose poco importa; perchè non molto lontano verrà il giorno in cui racconteremo ai nostri figli la storia di un cinema che sorgeva accanto ad una pasticceria, in un angolo.
Quell'angolo.

Modesto, accogliente, carismatico il Santalucia non odorava di marketing.
Nell’aria c’era il profumo di cinema d’altri tempi ed era come essere invitati da un lontano parente.
Conosciuto da grandi personaggi perchè ogni anno ospitava il Festival del Cinema Europeo, la sua era un’idea, un luogo di incontro più che un nome. 
Ma adesso non c'è più.
Al suo posto sorgerà un supermercato; di quelli con il *bip* della cassa che ti trapana la testa e lo speaker al microfono che urla cognomi incomprensibili.
Forse ti troverai a far la spesa in quella che una volta era una sala e mentre con indecisione fisserai il banco frigo, pensa che li sedeva un bambino a guardare lo spettacolo.
Annoiato? Divertito? Non potremo mai saperlo.

Nell’epoca della pornografia dei sentimenti non c’è posto per l’immaginazione.
Dicono “Colpa della crisi” e “i biglietti costano troppo” ma i discorsi suonano vuoti e stanchi, ormai.
Nulla può giustificare il risparmio sulla cultura se si spendono molti più soldi per scommesse, lotto e affini: la coerenza non fa parte della nostra natura.
Perché le multisala, come i grandi magazzini, hanno tolto linfa vitale alle piccole botteghe, agli onesti avventori, alla vita di chi acquista per necessità. 
Capita quindi che quell’idea da “cinema paradiso” sia solo un vago ricordo, che scompare inghiottito come luce nell’oscurità.


Dopo 63 anni, un altro colpo alla cultura, ancora una volta ne danno la triste notizia il signor nessuno.
E nel silenzio generale cadono le foglie, il vento non smuove le coscienze e il cielo è coperto dalle nuvole dell'indifferenza.

Non ci sarà più “quell’angolo”.

marcodemitri®



sabato 9 febbraio 2013

ParaNorman [Recensione]



Non so se Tim Burton abbia visto questo film ma di certo l'avrebbe dovuto fare. Perchè avrebbe rimpianto i suoi vecchi lavori, magari trovato ispirazione per i successivi.
Paranorman non è una pellicola colorata e vivace, è angosciante, cupa ma di quelle che un qualcosa la insegna veramente.

La trama è meglio non svelarla perchè ha un piccolo colpo di scena iniziale che, nella sua banalità, riesce benissimo.
Si tratta di un ragazzino con un particolare dono. In virtù di questo, viene relegato a diverso e abbandonato a se stesso persino dai suoi stessi genitori. Ma la sua maturità, nonostante l'età, lo porterà a compiere l'impresa più importante della sua vita, salvando anche i suoi stessi e diffidenti concittadini.

Diretto da una coppia di registi Chris Butler e Sam Fell, e sceneggiato dal primo, si tratta di un'opera splendida in tutto e per tutto. Butler, che ha curato la direzione artistica di Caroline e la Sposa Cadavere, non rinuncia alla sua nera vena artistica. Il film è diretto con grande maestria e offre dei piccoli ma divertenti citazionismi provenienti dal mondo dell'horror e non solo.
Norman è un ragazzo solitario, confinato tra i diversi perchè ricco di un dono da molti ignorato e disprezzato. Ma è la diversità, ancora una volta, la molla che gli permette di capire la realtà: la crudeltà insita nell'uomo - gruppo sopperisce se nell'uomo - singolo. Un film con una sfiducia nell'umanità che non risparmia nessuno.
E così grazie ad un sapiente uso della sceneggiatura, i personaggi sono costruiti coerentemente.
Un concept design in stop motion artisticamente valido e ben reso dall'uso di una fotografia tetra e spenta.

Insomma "Un film che avrei voluto dirigere se avessi avuto meno soldi" citazione poco probabile di Tim Burton.

marcodemitri®

venerdì 8 febbraio 2013

Warm Bodies [Recensione]



Nell'era della pornografia dei sentimenti qualsiasi tipo di romanticismo frivolo e alla portata di tutti è commercialmente valido.
Gli esempi sono molti: negli Stati Uniti Twilight e 50 Sfumature di Grigio, nel Bel Paese Moccia e Muccino.
Talvolta può accadere però che nel marasma generale qualcosa di buono esca fuori, come in questo caso.

Ora, Warm Bodies non è un un film con un ritrovato senso artistico, sia ben chiaro. Più che altro nella sua classificazione a pellicola di genere sentimentale\fantastico ne esce a testa alta.
O con dignità, decidete voi.

Nel mondo, forse un'epidemia o un disastro nucleare, ha ridotto in zombie parte della popolazione. La situazione è drammatica e per cercare di arginare l'infezione in una città imprecisata è stato eretto un muro di confine. La resistenza è guidata dallo spietato Grigio (John Malkovich) pronto a tutto pur di vendicare la morte della moglie, vittima di una delle creature, e proteggere la figlia Julie (Teresa Palmer). Ma è durante una ricognizione che quest'ultima viene presa in ostaggio da R (Nicholas Hoult), uno zombie non del tutto "morto". L'alchimia che si innesca tra i due sarà centrale per l'inizio di una storia stranamente romantica ma epocale per curare l'infezione.

Jonathan Levine confeziona una pellicola che sorprende nel riuscire a mantenere una personalità senza scadere nell'eccessivo e melenso mondo dei blockbuster per teen - agers. Il talento del regista, già provato in 50\50, è evidenziato ancora una volta da una regia convenzionale ma bella per una storia, tratta dall'omonimo libro di Isaac Marion, che funziona nella sua ingenuità.
L'interpretazione dei protagonisti non aiuta a mantenere molto alto il nome del film ma ci pensa la storia.
Se in Twilight la versione del vampiro vegetariano e brillante è uno snaturamento servito da una sceneggiatura piatta e monotona, in Warm Bodies assistiamo ad una bella re - interpretazione, a volte hipster, di un classico dell'horror.
L'espediente che permette di mantenere l'umanità del personaggio in vita è rappresentato dal mangiare cervelli umani, attraverso i quali lo zombie ne assorbe i ricordi.
Lo status di non - morto quindi in accordo con la filosofia del racconto è dettato da una condizione di assopimento della sensibilità umana; ed è nell'atto del mangiare che resta vigile seppur dormiente il suo intelletto.
Un passo reso molto bene e, non senza ingenuità, costruito con l'utilizzo di bei flashback e coerente nel finale del film.
Dunque se le premesse, dettate soprattutto dall'ammiccante trailer, dalla scelta dei protagonisti e dallo zampino dei produttori di Twilight, avevano condannato il prodotto ancor prima che uscisse, mi sento di spezzare una lancia a favore.
Sottolineando e risottolineando il motto del "mai dire mai al marketing americano" sembrerebbe tra l'altro uno dei pochi prodotti per il pubblico generalista a non necessitare di sequel e prequel.

Ne dubito ma ci spero.

marcodemitri®